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Arrogant Sour Festival 2019: il report dell’evento

Il 2 giugno è dai più ricordato nel nostro Paese come la celebrazione della Repubblica, ma, da qualche anno, la comunità beer geek festeggia l’Arrogant Sour Festival, festival ormai entrato di diritto nel novero delle manifestazioni di maggior interesse nell’intera scena birraria europea, e forse anche oltre, visto che qui arrivano appassionati da tutto il mondo. Ma vale davvero la pena venire a Reggio Emilia per un evento dedicato completamente alle birre acide? Ecco le mie riflessioni a margine di una tre giorni impegnativa vissuta sul campo.

Partiamo dalla location. Il festival è di casa ormai nel Chiostro Della Ghiara di Reggio Emilia. Si tratta di una struttura singolare, dove gli spazi hanno la necessità di essere gestiti con una certa meticolosità per evitare blocchi nevralgici e ingorghi umani. D’altra parte, il quadrilatero che circoscrive il cortile all’aperto ha un indubbio limite di capienza per coloro che transitano alla ricerca della spina giusta per riempire il proprio bicchiere. E allora, diciamo subito che è stata fondamentale quest’anno una separazione netta tra cibo e birra, collocando nell’area esterna tutti gli stand gastronomici e portando all’interno il lambic corner. Per quanto negli orari più affollati sia sempre in effetti un po’ un macello destreggiarsi lungo la sezione dei banchi spine, non si è creata una pericolosa sovrapposizione con chi avesse solo intenzione di rifocillarsi. I bagni sparpagliati in vari punti permettevano file abbordabili, non esagerate, e si notava una pulizia grossomodo regolare – ogni tot ore l’inserviente di turno li chiudeva per intervenire. Per il resto l’atmosfera ha avuto sempre quel che di estremamente familiare e piacevole. Il prato all’aperto permette di accomodarsi in modo molto libero: non è mancato chi ha approfittato per bivaccare al sole nel totale rilassamento, e quindi è stata forse una buona scelta confinare i tavolini lungo gli spazi pavimentati e rimuoverli dal verde. L’unica vera incognita, mai incrociata negli ultimi anni grazie alle sempre favorevoli circostanze meteo durante i giorni del festival, poteva essere rappresentata dal tempo: ci si chiede, qualora si presentasse quella costante pioggia cui il bizzarro clima di maggio ci ha abituato, quanto la struttura reggerebbe un afflusso di gente concentrato solo e soltanto in un’area ancor più limitata. Specie nella fascia serale. Anche alla luce di un particolare non da sottovalutare: gli unici punti dove poter sciacquare il bicchiere si trovano all’aperto, senza copertura. Certo, i tendoni esterni e le panche à-la-biergarten (che in caso di forte caldo, causa asfalto, creano purtroppo un terribile effetto serra nelle primissime ore del pomeriggio) servono anche a quello, ma chissà. Un’ultima riflessione va sulla capienza: il Chiostro è una location dal fascino unico nel suo genere, diversissima dai vari saloni/capannoni che di solito ospitano le kermesse birrarie. La crescita esponenziale della popolarità e del livello dell’Arrogant Sour, tuttavia, potrebbe drammaticamente minarne l’adozione, rendendola troppo poco capiente. Scatta la domanda: è ipotizzabile pensare ad un’altra location per l’Arrogant Sour?

Diamo ora un’occhiata al cibo. Essendo l’evento una creatura del publican dell’Arrogant Alessandro “Alle” Belli – da sempre amante della buona cucina – era impensabile non trovare una particolare attenzione verso il mangiare. E infatti al festival fioccano nomi di primissimo livello per: pizza, carne, salumi, formaggi, gelato. Non manca un angolo di prodotti tradizionali come il tipico erbazzone reggiano e focacce varie. Ad affiancare gli stand c’è poi la cucina del Chiostro, che offre una bella combinazione tra piatti della tradizione emiliana (lasagne, gramigna, tortelli), carne e opzioni vegetariane. La questione del cibo ad un festival di birra è, in ogni caso, da sempre spinosa: non è mai semplice accontentare tutti e tutte le tasche. E infatti, un commento che serpeggia è che qui il prezzo del cibo sia alto. A ben vedere: le opzioni che prevedono meno di quattro euro/gettoni non sono moltissime, a fronte poi di porzioni ritenute da molti non congrue col prezzo. Per contro: i piatti della cucina del Chiostro sono abbondanti – soprattutto i primi – e dall’alto potere saziante. Forse, ma più che una critica è un consiglio, mancano sfiziosità dal buon rapporto qualità-prezzo.

Veniamo alla parte più importante: le birre. Oltre alla concentrazione di spine ai banchi nel chiostro (almeno 30 vie, con oltre 230 birre totali a rotazione provenienti da 60 birrifici), era presente un ulteriore assortimento dedicato a vendita e mescita in bottiglia. Come dice il nome stesso, il festival è incentrato esclusivamente sulle produzioni acide – wild, fruited, spontanee o lambic che siano. Arrivato alla sua quarta edizione, è impossibile non ammettere che siano stati fatti passi da gigante. È per esempio ormai fissa, da qualche anno, la presenza di nomi di caratura mondiale come Jester King, De Garde, Ale Apothecary. Le partecipazioni americane sono in generale sempre precedute da un’attesa scoppiettante, e pochi giorni fa l’Arrogant Sour ha ospitato due birrifici dalla fama impeccabile come Holy Mountain e Sante Adairius Rustic Ales (per gli amici SARA, in maiuscolo). Se pensiate che sia poco, basta non spingersi oltreoceano e rimanere in Europa per poter godere di Cantillon ed altri produttori/assemblatori del Pajottenland, BFM, Vandenbroek, Ales Agullons, De Ranke, Brekeriet, Verzet e chi più ne ha più ne metta. L’Italia non viene affatto trascurata e anzi, il festival è l’occasione giusta per tastare il polso alla scena e mettere in gioco le nostre capacità di sfornare sour di gran livello: accanto ai consolidati Ca’ del Brado, Loverbeer, Bionoc’, Montegioco e via dicendo, ha forse dato più di tutti prova di bravura Opperbacco, ormai consacrato come produttore di rimarchevoli acide –ben congegnate dalla prima all’ultima: la sua Abruxensis Mandarino è stata tra i migliori assaggi di tre giorni, un inno ad equilibrio, pulizia e freschezza della frutta. Non sono nemmeno mancati ospiti da paesi dei quali non siamo soliti intravedere sprazzi della loro scena, come la Russia (Bakunin e Double A, che ad essere onesti han convinto poco), la Slovenia (Barut e Lobik) o l’Australia (Two Metre Tall e Wildflower, cui si accennerà dopo). La combo con la disponibilità in bottiglia – sia da asporto che al bicchiere – si è rivelata vincente più che mai: non solo riproduceva buona parte delle spine, ma offriva chicche non presenti nella lista on tap a prezzi molto ragionevoli. Qualche numero preso a campione: le De Garde viaggiavano dai 17 ai 22 euro, le Holy Mountain 20, le Ale Apothecary 35. Se pensate che nei rispettivi birrifici, quindi a monte della filiera, le vendite delle stesse bottiglie non vanno oltre il 25% in meno e a Reggio Emilia ci si trova a decine di migliaia di km da loro, capirete da voi quanto la spesa abbia un appeal allettante per togliersi qualche bello sfizio senza doversi svenare online, approcciare ai trade o viaggiare in America. Un po’ differente la situazione dei prezzi alle spine: non avendo alcun riferimento sul loro prezzo effettivo in fusto, si viaggiava abbastanza a braccio su cosa avesse un buon rapporto q/p o meno. Ad esempio, parecchie birre dei russi non parevano proprio a buon mercato (quattro), così come norvegesi (quattro) e australiani (quattro se non cinque); in questi casi il pour da 0.15 poteva essere foriero di titubanze. Merita poi un plauso la gestione delle code. L’Italia non è abituata a fenomeni bizzarri come le file alle release di nuove birre, anzi: da noi sono comportamenti di solito demonizzati e processati per direttissima sui social network. Tuttavia, la possibilità di comprare alcune bottiglie esclusive di Cantillon (Magic Lambic, D’Aunis e l’ambitissima Vinsanto) e Antidoot ha dato il la all’assalto dei geek più incalliti d’Europa (russi, austriaci, francesi, tedeschi e anche italiani… non ce ne vergogniamo, su!), che non si sono fatti pregare per mettersi in attesa anche fino a due ore prima l’apertura delle danze al bottle-shop – tra le incredulità di chi circolava nel Chiostro di buon mattino. La mossa di suddividere le bottiglie in uguali quantitativi per ciascuno dei giorni è stata di grande intelligenza. Certo, forse di venerdì c’è stata la percezione che lo staff non si aspettasse una simile invasione allo scoccare delle ore 11.00, momento in cui le porte dell’angolo esterno adibito allo shop si sono spalancate, ma con il dovuto sangue freddo la quadra è stata trovata sabato e domenica: numeri distribuiti, come nelle migliori release, e tutto ha assunto una dimensione civile, pacifica e soddisfacente per i più tenaci attendenti.

Lasciamo questo siparietto e torniamo all’argomento principe: il bere. Per quel che mi riguarda, penso che si sia bevuto ottimamente. Nel mondo delle acide i rischi sono tanti. L’eventualità di beccare un bidone si annida dietro l’angolo, trovare il cialtrone o l’impreparato che abbozza miseri tentativi di inserirsi nel filone sour, vale per il consumatore e figuriamoci per chi organizza. Se, però, la percentuale di birre che vanno dal buono all’emozionante supera quella che, a scendere, si attestano tra il boring e la monnezza, significa soltanto che il lavoro di selezione e ricerca che c’è dietro ha avuto un carattere certosino, preciso, chirurgico. E che non si ferma solo al nome di grido. Nonostante la mia predilezione per la birra statunitense, ho trovato tra i migliori – come già detto – Opperbacco; ho scoperto con somma sorpresa l’australiano Wildflower, che non conoscevo e ho trovato interessantissimo per la varietà delle sue produzioni; mi hanno intrigato diverse sperimentazioni di Antica Contea (su tutte la Pecheresse Spontaneum e il Mead di 18 gradi in botte di ginepro), condite dalla presenza del sempreverde e incontenibile Paolo Erne con le sue creazioni. Sul versante americano, vale la pena di spendere qualche parola aggiuntiva per Holy Mountain. In terra a stelle e strisce è famoso quasi esclusivamente per i suoi Barley Wine e RIS, ultra-ricercate e imbevute di hype, ma li ho sempre ritenuti sfoggiare la vera bravura nel campo sour. Ebbene, all’Arrogant Sour non c’è stata una birra loro che partisse da un livello meno che ottimo: in particolar modo, la maestria era divisa parimenti tra acide “regolari” e con aggiunta di frutta. In effetti il birrificio di Seattle ha saputo dare gran sfoggio tra fermentazioni miste (Demonteller), passaggi doppi (Sacred Geometry) e gemme cesellate con frutta (Sacrament: Carmenere, Signs Following).

Se volessimo continuare a parlare delle birre faremmo notte, e non vogliamo che questo report si trasformi in un gelido sciorinare di appunti di assaggi, buoni o cattivi. L’intenzione è invece sottolineare un aspetto del festival che me lo fa ritenere davvero unico: la completezza. La somma di determinate caratteristiche come le spine, il bottle-shop per asporto o consumo in loco, gli innumerevoli laboratori suddivisi per le giornate (a ‘sto giro ha spiccato quello incentrato sul pairing tra cibo e Cantillon, che ha visto presentare in anteprima due gemme: la riedizione della Brabantiae e la Aglianico – nuova collaborazione con Cantina Giardino), rende l’Arrogant Sour una full-immersion totalizzante nel mondo delle birre acide. Si tratta di un festival mirato, dedicato a un segmento ben preciso, ed è giocoforza che eserciti un’attrattiva per l’appassionato piuttosto che per il bevitore medio-occasionale. Sono stati infatti apprezzatissimi una serie di accorgimenti che al geek non possono che far piacere, come la prevendita online dei coin-pack, dei buoni-spesa per il bottle-shop (con ragguardevoli sconti crescenti e proporzionali all’importo acquistato) e dell’ingresso. Su quest’ultimo, ritenuto da qualcuno troppo caro per dieci euro, magari sarebbe opportuno in futuro aggiungere sempre in aggiunta un gadget (maglietta + bicchiere) come previsto per la prevendita (mi dicono però che la domenica erano rimaste solo taglie XL). Nel complesso la manifestazione risulta accogliente e funzionale anche per avvicinare coloro che sono alle prime armi. Tirando le somme: la formula di Belli e il suo entourage di “peccatori”, come piace chiamarli a lui, ha ancora una volta riscosso enorme successo con quel suo mix corale di professionalità e calore, un po’ punk e un po’ goliardico, che coinvolge e stupisce. In un’unica parola: arrogante. Arrivederci all’anno prossimo!