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Agostino Arioli del Birrificio Italiano vince il titolo di Birraio dell’Anno 2025

Per molti appassionati sarà stato un nome liberatorio quello di Agostino Arioli pronunciato dal palco del teatro fiorentino durante il Birraio dell’Anno, premio che da diciassette anni riconosce il miglior produttore italiano. Un titolo che arriva nell’anno delle celebrazioni per i trent’anni di attività del Birrificio Italiano e della birra artigianale italiana, che suona come una conferma attesa, quasi inevitabile. Alle sue spalle, secondo, Marco Valeriani del birrificio Alder di Seregno, sempre nelle primissime posizioni; terzo Elia Pina di 50&50 di Varese, a completare un podio tutto lombardo.

Arioli è uno dei pionieri della birra artigianale italiana, uno di quei birrai che a metà degli anni Novanta hanno contribuito a cambiare radicalmente il modo di intendere la birra nel nostro Paese. Profumi inediti, gusti spiazzanti, un approccio nuovo che ha iniziato a scuotere il pubblico ben prima che esistesse un vero mercato di riferimento.

La storia del Birrificio Italiano inizia ufficialmente il 23 dicembre 1994, quando la Camera di Commercio di Como registra il Nuovo Birrificio Italiano srl, una società composta da undici soci, tra cui Agostino Arioli. A Lurago Marinone viene installato un impianto da 200 litri con fermentatori aperti di seconda mano provenienti da Poretti. Nell’aprile del 1996 partono le prime produzioni del brewpub, tra i primi in assoluto in Italia, con due birre destinate a lasciare il segno: la Tipopils e la Rossoscura, che in seguito lascerà spazio a un altro caposaldo come la BiBock. È un periodo di straordinaria fertilità, in cui prende forma una filosofia produttiva basata su birre “democratiche”, di facile beva ma mai banali, rispettose degli stili, prive di stabilizzanti, additivi, pastorizzazioni e filtrazioni. Un’impostazione che accompagna la crescita del birrificio fino al trasferimento del 2012 nella sede attuale di Limido Comasco.

Nel tempo il birrificio è cresciuto anche in termini dimensionali, il team si è ampliato, la produzione si è spostata a Limido Comasco. Sono nate molte birre, ma ciò che non è mai cambiato è l’equilibrio tra rigore e istinto, tra professionalità tecnica e libertà creativa, che da oltre venticinque anni rende le birre del Birrificio Italiano immediatamente riconoscibili. Dopo tre decenni di carriera, sarebbe stato fisiologico perdere la spinta propulsiva iniziale, ma al Birrificio Italiano, hanno scelto un’altra strada: continuare a mettersi in discussione, senza mai rinnegare la propria idea di birra. Un percorso fatto di coerenza, ma anche di evoluzione consapevole.

Nell’Officina Alchemica, come si definiscono loro stessi, gli ingredienti vengono lasciati esprimere, senza correzioni a valle e con un controllo rigoroso a monte. Le birre non vengono “aggiustate”, ma costruite creando le condizioni perché arrivino da sole al risultato voluto. Un approccio che tiene insieme sensibilità e disciplina scientifica, estro e metodo. Il risultato sono birre spesso difficili da incasellare negli stili tradizionali. In alcuni casi, addirittura, sono state loro a definirne uno, come accaduto con la Tipopils, che ha rappresentato un’evoluzione moderna dell’idea tradizionale di Pils: una bassa fermentazione marchiata dall’uso audace in dry hopping di luppoli nobili. Una birra unica e irripetibile che, pur restando fuori da rigide codificazioni stilistiche, ha ispirato generazioni di birrai in Italia e all’estero, diventando il riferimento di quella che oggi viene comunemente definita “Italian Pils”.

Le etichette del Birrificio Italiano hanno accompagnato l’educazione birraria di intere generazioni di appassionati. Alcune non sono più in produzione, altre restano punti fermi come La Finisterrae, un tempo chiamata Biweizen, la Amber Shock, una lager sui generis dal bouquet multisfaccettato, e la Nigredo, una dark lager realizzata con luppolo in fiore tostato in birrificio, un esempio di creatività innestata sulla tradizione.

Tra gli emergenti, titolo che riconosce il miglior produttore con meno di tre anni di attività, vince il romano Andrea Nardi di Linfa Brewery, seguito dal livornese Lorenzo Monacci di Mudita e Stefano Furlanetto del birrificio De Lab Fermentazioni di Diano D’Alba (CN).

Classifica Birraio dell’Anno 2025
1° Agostino Arioli e Maurizio Folli del Birrificio Italiano di Limido Comasco (CO)
2° Marco Valeriani del birrificio Alder di Seregno (MB)
3° Elia Pina del birrificio 50&50 di Varese
4° Giovanni Faenza del birrificio Ritual Lab di Formello (RM)
5° Cecilia Scisciani e Matteo Pomposini del birrificio MC 77 di Serrapetrona (MC)
6° Samuele Cesaroni del birrificio Brasseria della Fonte di Pienza (SI)
7° Marco Benda, Matteo Voliani e Stefano Botto del birrificio Cantina Errante di Barberino Tavarnelle (FI)
8° Conor Gallagher Deeks del birrificio Hilltop di Bassano Romano (VT)
9° Josif Vezzoli del birrificio Elvo di Graglia (BI)
10° Giorgio Masio del birrificio Altavia di Quiliano (SV)
11° Pietro Di Pilato del birrificio Brewfist di Codogno (LO)
12° Simone Bedeschi del birrificio Bajön di Porto Corsini (RA)
13° Luca Dalla Torre del birrificio Bondai di Sutrio (UD)
14° Luca Tassinati del birrificio Liquida di Ostellato (FE)
15° Marco Raffaeli del birrificio Mukkeller di Porto Sant’Elpidio (FM)
16° Flaviano Brandi del Birrificio Bibibir di Castellalto (TE)
17° Enrico Ciani del birrificio Birra dell’Eremo di Assisi (PG)
18° Luciano Landolfi del birrificio Eastside di Latina (LT)
19° Filip Lozinski del birrificio Wild Raccoon di Cussignacco (UD)
20° Luigi Recchiuti del birrificio Opperbacco di Notaresco (TE)

Classifica Birrificio Emergente 2025
1° Andrea Nardi del birrificio Linfa Brewery di Roma
2° Lorenzo Monacci del birrificio Mudita di Stagno (LI)
3° Stefano Furlanetto del birrificio De Lab Fermentazioni di Diano D’Alba (CN)