11 birre italiane che hanno fatto la storia

Ci sono birre che più di altre lasciano il segno: non solo in termini di emozione al bevitore, ma anche in termini di capacità di influenzare altri produttori, ovvero diventare riferimenti o quantomeno precursori di uno stile o di un’area tipologica. Di seguito 11 birre che hanno avuto un peso nell’identità produttiva italiana.

Tipopils del Birrificio Italiano 
La Tipopils nacque nel 1996, insieme al movimento italiano, e si è imposta come faro per chiunque intenda produrre una pils tedesca. Negli anni ha incuriosito anche i tedeschi stessi. I suoi profumi di agrumi, che si insinuano tra le note floreali, erbacee e di miele, ingannano molti: ricordo una chiacchierata con un birraio tedesco nonché giudice alla European Beer Star convinto che Agostino usasse luppoli americani e che rimase senza parole scoprendo che i luppoli erano tutti tedeschi, ma usati in dry hopping. E la chiave di volta della Tipopils sta proprio nei luppoli, che arrivano da Tettnang. Se la Tipopils è cambiata negli anni è proprio grazie al rapporto (economico, di fiducia e alla fine anche di amicizia) che Agostino ha saputo creare con i coltivatori. Sugli altri fronti piccoli colpi di cesello nel corso dei quasi vent’anni di splendida carriera la tengono assolutamente attuale, e chissà che Agostino non decida di cambiare la tipologia di luppolo, ora che in molti usano le sue stesse, rilanciandola, ancora una volta, nel futuro.

Re Ale del birrificio Birra del Borgo
Ogni birrificio ha la sua birra di maggior successo, quella che ha segnato il passo del birrificio, imponendolo nell’immaginario collettivo, la ReAle è sicuramente la birra più conosciuta di Birra del Borgo. La creatura di Leonardo Di Vincenzo, degna erede della Pioneer di Mike Murphy, è la birra che ha sdoganato le American India Pale Ale di scuola italiana: amara sì, ma ben bilanciata dal caramello del malto e con una generosa quantità di luppoli americani da aroma a creare suggestioni olfattive che dopo tanti anni non hanno ancora stufato. Anzi, continuano a influenzare altre birre dopo aver stregato un intero mercato, quello romano. Ho assistito più volte, in pub della capitale sprovvisti della ReAle in linea, alla richiesta di “dammi una tipo ReAle”: non solo ha fatto scuola per altri birrifici, ma a Roma è diventata uno stile!


BB10 del birrificio Barley
Se oggi l’Italia ha uno stile riconosciuto dal BJCP (le Italian Grape Ale, quelle birre che danzano con il mondo del vino) lo deve alla BB10, l’Imperial Stout di Barley, espressione del territorio e di tecnica: la sapa di Cannonau è responsabile solo in piccola parte dei sentori che richiamano il vino. Il modo in cui Nicola Perra, il birraio, la caratterizza permette un esplosione di aromi e sapori senza eguali, frutto di un’abilità unica, capace di far interagire l’aromatizzazione con gli ingredienti classici di una birra. Negli anni è stata semplicemente affinata, mai stravolta, per smussare il “caffettoso” a favore del “cioccolatoso” che meglio si con lunghi invecchiamenti in bottiglia. L’ossidazione la arrotonda e la fa ancora più suadente, evidenziando il suo carattere caldo, invernale, con aromi di frutta rossa sotto spirito, fichi secchi,  fave di cacao, carrube, liquore di liquirizia, perfettamente bilanciati e accompagnati dal corpo. 

Xyauyù del birrificio Baladin
La leggenda avvolge un po’ nel mistero le origini della Xyauyù, il capolavoro delle birre di meditazione, un barley wine che subisce un processo di maderizzazione, metodo solera, sui generis. Densa, liquorosa, ne basta in effetti un cucchiaino per ammaliarti con le sue note brûlée, di caramello, di frutta secca, che permangono a lungo e a lungo ancora. Che sia nata da una lunga e complessa ricerca, da un errore o per volere divino, poco importa: non c’è barley wine, russian imperial stout, old ale e chi più ne ha, più ne metta, che tenga, la Xyauyù si può paragonare solo a sé stessa e alle sue sorelle, ovvero alle versioni ottenute da ulteriori affinamenti in botti di Rhum Caroni (Barrel), di Whisky Isley torbato (la Fumé) e la più recente Kentucky con il tabacco omonimo. A volte mette in crisi anche gli esperti di vino, che la scambiano per uno sherry o un Madeira. Una curiosità:  nome lo deve all’amico immaginario di Isaac, il primo figlio di Teo Musso.

Beerbera del birrificio LoverBeer 
Se Barley e Montegioco hanno segnato la via alle IGA, Valter Loverier ha portato il concetto all’estremo: la fermentazione della Beerbera avviene grazie alle vinacce di Barbera e ai lieviti che contengono naturalmente, in fermentatori di legno che solitamente si trovano nelle cantine vinicole. Il metodo, in generale, è più vicino ai produttori di vini naturali piuttosto che dei birrifici moderni. In realtà Valter ha scelto la strada della fermentazione spontanea a suo modo ma, sia per il mondo del vino, sia per quello delle birre, persegue metodi ancestrali e il rispetto assoluto delle tradizioni brassicole belghe. Sin dal colore è una birra che colpisce, con intensi riflessi ramati che arrivano dalle uve. Aromi, profumi e sapori spiazzano tanto gli habitué dei pub quanto delle enoteche, in un equilibrio intrigante, ma totalmente nuovo, tra i due mondi, a dimostrazione che vino e birra possono coesistere, addirittura in un bicchiere.

Montegioco Quarta Runa
Quando si pensa a una birra alla frutta, in Italia, la memoria porta subito alla Quarta Runa, il capolavoro di Riccardo Franzosi con le pesche di Volpedo, che nascono a due passi dal birrificio. E non è per l’etichetta, per quanto meravigliosa. È proprio per come, pur restando una birra, esalta le note fruttate. Cambia di anno in anno insieme alle pesche e alle stagioni, ma ogni anno regala nuove suggestioni. La leggenda narra che al momento del raccolto si ritrovino amici e parenti in birrificio, pronti a lavare le pesche e prepararle per la cotta del giorno successivo. Anche la percentuale sembra che vari di anno in anno, a seconda delle caratteristiche delle pesche e che in qualche annata abbia sfiorato il 40% (in realtà è sempre attorno al 20%, pesca più, pesca meno). La ricetta non è cambiata, resta quella collaudata a lungo nella cantina di Riccardo; cambiano i tempi di maturazione e ogni annata, per sfoderare il bouquet che va dalla pesca sciroppata a quella al forno con varie altre digradazioni, ha bisogno del suo tempo.

Zona Cesarini del birrificio Toccalmatto 
Bruno Carilli, sin dal primo giorno di attività professionale, ha dimostrato una conoscenza sui luppoli straordinaria. Sempre tra i primi a sperimentare nuove qualità provenienti dai quattro angoli del mondo, non poteva che essere uno dei primi in assoluto a cerare una Pacific IPA, con luppoli dal Giappone e dalla Nuova Zelanda. Birra che, con le sue note tropicali e le sue suggestioni esotiche ha conquistato molti, anche all’estero; imitata da molti, ma mai raggiunta, continua ad essere un punto di riferimento dello stile. La ricetta è sostanzialmente sempre la stessa, ma i luppoli possono cambiare in base alla loro condizione: vengono costantemente testati da Bruno e il suo team e, se necessario, sostituiti con altri più in forma, come per tutte le birre di Toccalmatto. La Zona Cesarini deve il suo nome al giocatore di calcio famoso per segnare sempre allo scadere: qui è la luppolatura, a caldo e a freddo, che avviene fino all’ultimo istante possibile.

Spaceman del birrificio BrewFist 
La Spaceman è la dimostrazione assoluta delle capacità di Pietro Di Pilato come birraio, nonché la birra che impone subito BrewFist all’attenzione del pubblico, in particolare romano: è un’American India Pale Ale costruita alla perfezione, con uso generoso e sapiente di luppoli americani, che donano sentori di agrumi e frutta tropicale, evidenti quanto intriganti. Una delle prime, se non la prima in Italia, a discostarsi dal filone ArtigianAle e ReAle, cioè a rinunciare a una buona parte del caramello, quindi di colore più dorato chiaro che tendente all’ambrato, e lasciare più spazio all’amaro e alla secchezza. Ha segnato il passo alle American IPA di seconda generazione e sdoganato a tutti gli effetti le West Coast IPA. Fino a oggi, a parte qualche lievissimo colpo di cesello, né la ricetta né tanto meno l’idea originale sono state modificate.

Verdi Imperial Stout del Birrificio del Ducato 
La VIS è la rivisitazione di Giovanni Campari di una Imperial Stout: dopo averne assaggiate molte negli Stati Uniti, decide di creare qualcosa… di totalmente sconosciuto. Una Imperial Stout decisa, di gran carattere, in cui le note di cioccolato fondente sovrastano quelle di caffè e un finale piccante, che rinfresca i suoi 8,2% vol. L’uso del peperoncino, presente ma non invadente né tantomeno eccessivo, sono il colpo di classe di Giovanni e la trasposizione del suo carattere nella birra. Altri hanno poi seguito la strada del piccante, pochi hanno centrato l’obiettivo come lui, che ha saputo coniugare la scuola anglo americana, quella belga e l’estro nostrano in una ricetta così complessa. Il nome è una dedica a Giuseppe Verdi e a Roncole Verdi, il paese che ha dato i natali al Maestro e che ospita il birrificio storico.

Panil Barriquée Sour del birrificio Torrechiara 
Profumi di cantina, cuoio, metallico, legno e un sapore acido prevalente e dominante sono oggi sentori più o meno accettati, ma all’epoca in cui Renzo Losi iniziava a produrre birre a Torrechiara era semplicemente una follia. Evidentemente questo non ha mai scoraggiato Renzo, oggi al timone del torinese Black Barrels, che negli anni ci ha stupiti con la prima fermentazione spontanea italiana, la Divina, e i primi esperimenti di birre ad alta fermentazione poi ripassate in botti già usate per il vino, la Panil Barriquée Sour. Quest’ultima ha aperto la strada alla ricerca di contaminazioni, di una nuova fermentazione in botte ad opera di lieviti selvatici, di sapori acidi ed estremi. Di quell’epoca ci resta il ricordo delle Panil Barriquée, dalla classica (non selvatica), ad alcune con acidità controllata (per quanto possibile) con lattobacilli inoculati in botte; così da creare due versioni, una per il mercato nord americano e una meno acida per il nostro mercato e ancora la Novembre, con l’uva barbera dell’azienda di famiglia. Ogni bottiglia, ogni lotto, hanno fatto storia a sé, resta che tra il 2006 e il 2008 ha monopolizzato Birra dell’anno nella sua categoria e ispirato molti altri esperimenti.

ArtigianAle del birrificio Bi-Du
Beppe Vento ha segnato un’epoca cambiando di poco la sua Strong Ale inglese (6,2% Vol.) con un tocco, perfetto e geniale, di Cascade, un luppolo all’epoca poco conosciuto in Europa e assente dalla scena in Italia. Resta una birra ottimamente costruita, semplice quanto pericolosa da bere, con una lieve nota di diacetile, perfettamente in stile, che la arrotonda, e accompagna quell’aroma tra pompelmo e arancia, presente al naso e al palato, che si insinua tra i sentori di malto, rendendola intrigante, vincente e ancora attuale. Ricordo birrai che si trovavano nello sconosciuto paesino di Rodero, al mai dimenticato e affascinante brew pub, così come appassionati e semplici clienti della prima ora, per bere Rodersch e ArtigianAle. Entrambe hanno ispirato future produzioni, ma la seconda è entrata nel mito: oggi è normale assaggiare birre inglesi – anche prodotte in Gran Bretagna – su cui si inseriscono note agrumate o tropicali dei luppoli made in USA, allora, nella prima metà degli anni 2000, era una novità assoluta.