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Vita da Pub: la dipendenza dall’indipendenza

Ho aperto il Ma Che Siete Venuti a Fà nel 2001. Undici anni non sono tanti, ma a livello birrario sono un’eternità, soprattutto alla luce dei cambiamenti ad ogni livello che il settore artigianale ha apportato negli ultimi tempi. L’idea di approfondire la ricerca qualitativa della nostra proposta è venuta da subito. Appena liberi dagli impegni contrattuali delle gestioni precedenti, già dopo qualche mese, ci siamo messi alla ricerca di qualche distributore di birre “particolari”, abbinandole a una cura del servizio che abbiamo affinato nel tempo. Il nostro ispiratore in questo è stato sicuramente Stefano Carlucci del Le Bon Bock, attualmente tempio internazionale del whisky, a quei tempi precursore del mondo birrario romano grazie ad importazioni dirette di alcune birre che spillava con enorme maestria.

bon rock cafe

La passione per questa bevanda iniziava a non avere limiti e ogni giorno libero veniva dedicato ai viaggi per cominciare ad importare birra per conto nostro, scegliendo le birre sul luogo e stringendo amicizie con birrai e appassionati che si sono fortunatamente cementificate nel tempo. Ricordo ancora la nostra gioia al tavolo della Mahr’s Brau di Bamberga, consigliatissimo da Kuaska che si prodigò per aiutarci a portare la loro leggendaria Ungespundet a Roma. Era il 2003 ed era solo l’inizio… Un impianto di proprietà era necessario, ed è fondamentale quando si vogliono fare delle scelte personali nel mondo birrario, ma tutto ciò comporta un investimento ingente, non sempre ammortizzabile eliminando il ricarico del distributore. Lo stoccaggio dei fusti comporta altri investimenti e mette in luce altre problematiche, prima fra tutte la conservazione ideale del prodotto. Inutile dire che questi investimenti, a meno di un largo consumo interno, possono essere rischiosi non solo economicamente ma anche a livello qualitativo del prodotto stesso.

bambergaCerto, per un appassionato non c’è niente di meglio di “creare” una propria linea, di proporre con una feroce rotazione prodotti e stili nuovi, ma la “indipendenza” non è una scelta da poco, e va sicuramente ponderata bene. Il lavaggio e la cura dell’impianto sono fondamentali per un corretto servizio di una birra artigianale, così come la competenza e la capacità di trasmettere passione e informazioni da parte del publican, che diventa “attore protagonista” a tutti gli effetti. In questo momento particolare del mercato la richiesta di birra artigianale sta assumendo quasi le caratteristiche di un fenomeno di massa. Attualmente la proposta di birre artigianali è molto diffusa nei vari pub della penisola, anche da publican più sprovveduti che aprono, cavalcando la moda del momento, e dopo qualche mese si scontrano con i problemi di cui sopra.

Il movimento “Indipub” è nato per cercare di far accrescere la cultura birraria nei gestori, per proporre e creare uno scambio di idee, condizione fondamentale per la crescita dell’intero movimento, oltre che per aiutare quei publican alle prime armi che si vogliono affacciare al mondo artigianale. Un lavoro difficile, ma che può dare molte gratificazioni, sia perché guidato dalla passione, sia perché permette di emozionare il cliente e valorizzare gli sforzi di chi la birra la produce. Vi assicuro che quando sotto le spine c’è un fusto che a noi piace particolarmente, c’è sempre grande soddisfazione nel provare la birra e sentire che da parte nostra è stato fatto un buon lavoro di conservazione, pulizia dell’impianto e giusta spillatura. Un impianto di proprietà consente di scegliere e curare il prodotto, e quando la birra che esce dalle spine è un capolavoro, ti senti artefice in piccola parte di questa goduria. E ne prendi atto bevendoti qualche pinta prima degli altri.

 

Articolo tratto da Fermento Birra Magazine n. 5