Quando le targhe parlano di birra

Il periodo migliore per questo tipo di produzione va da fine Ottocento fino agli anni Trenta, Quaranta. Occorre infatti considerare che in questo lasso di tempo di tempo nascono, e purtroppo muoiono, un centinaio di birrerie passando da oltre 150 fabbriche a circa cinquanta. E tutte, grandi e piccole, hanno contribuito a tramandare ai giorni nostri oggetti pubblicitari di rara bellezza. Cercherò di passare in rassegna questa produzione proponendo notizie al riguardo e le foto dei pezzi migliori, iniziando da un genere che mi è particolarmente caro: le insegne pubblicitarie.
Le insegne pubblicitarie si possono classificare in due grandi categorie: quelle in latta litografata e quelle in fero smaltato. Per quanto riguarda la forma possono essere: rettangolari (la maggior parte), quadrate, rotonde (soprattutto i segnapunti per campi di bocce), ovali, piatte o bombate, in rilievo oppure no. Le misure di quelle rettangolari variano da un minimo di 15×30 centimetri a un massimo di 70×100, quelle rotonde da un diametro di 30 centimetri a un diametro di 50. Fa eccezione una targa della Moretti del diametro eccezionale di 80 centimetri.

A mio parere, la miglior produzione è uscita dalle Officine Passero, dalle Officine Metalgraf, e dalle Officine De Andreis. Le latte litografate hanno avuto la loro massima diffusione fra la fine dell’Ottocento fino agli anni Trenta e Quaranta. Successivamente sono state sostituite dalle targhe smaltate per due motivi: minor costi di produzione e maggior durata nel tempo. Grazie al supporto metallico più consistente e allo smalto sono pressoché indistruttibili. Questo tipo di insegna sopravvive fino agli anni Sessanta quando, sempre per motivi di costo e motivi pratici (illuminazione delle insegne) viene sostituita da quelle in plastica e masonite.
di Michele Airoldi



