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La birra in Olanda

È dura vivere all’ombra di un vicino maledettamente talentuoso, rinomato e celebrato in coro unanime come il confinante Belgio, tutt’oggi forse il Paese brassicolo la cui immagine più diffusamente vien fatta coincidere con l’idea di pregio e di qualità. Lo stato di cose, diciamolo subito, sta cambiando, merito prevalente di una fioritura microbirraria grazie alla quale ci si si è allontanati sensibilmente dallo scenario che si presentava ancora solo nella seconda metà degli anni Novanta, con il mercato in mano, esclusivamente o quasi, alle multinazionali. Dal punto di vista birrario l’Olanda è famosa in tutto il mondo soprattutto grazie ad Heineken che, partita da un minuscolo laboratorio, è oggi uno dei colossi mondiali tra le birre industriali. Un’onda quella industriale che era arrivata a contaminare anche il sacro mondo trappista: tanto da portare addirittura, tra il 1999 e il 2005, alla revoca dell’autorizzazione d’uso del logo esagonale che identifica il consorzio monastico (con la dicitura Authentic Trappist Product) ai danni dell’Abbazia di Koningshoeven, a causa degli accordi da questa assunti con il gruppo industriale Bavaria. Il caso è rientrato e oggi l’impianto (in cui il brassaggio fu avviato nel 1884) commercializza regolarmente la propria gamma – identificata dal nome “La Trappe” – potendo esibire il prezioso simbolo. Esattamente come la vicina comunità di Maria Toevlucht (siamo in entrambi i casi nella provincia del Brabante Settentrionale), ammessa nel circuito birrario trappista assai più recentemente (nel 2013) e presente sul mercato con l’insegna “Zundert”, riferito alla località di ubicazione del sito religioso. Se i due marchi monastici rappresentano il nesso tra passato, presente e futuro prossimo della birra nei Paesi Bassi, accanto ad essi opera, lo abbiamo accennato, una schiera di produttori di piccola e media taglia (oltre le 400 unità), i quali a loro volta rivendicano, e con giusta ragione, un ruolo riconosciuto nella nuova stagione in corso. 

Una nuova stagione che, sotto il profilo delle attitudini stilistiche non sembra ancora aver messo a tema la rimessa in vita di alcuni delle antiche ricette locali (come ad esempio la Hoppenbier, per certi versi considerabile un’antesignana della India Pale Ale); né la reinterpretazione di alcune tipicità sopravviventi, ma confinate in un ambito prettamente industriale. Appartengono a quest’ultima categoria le Dutch Oud Bruin, denominazione che, malgrado le apparenze, niente ha a che fare con la quasi omonima Vlaams Oud Bruin (pregiata Sour Ale delle Fiandre), corrispondendo invece a una bassa fermentazione, di colore bruno, di contenutissimo grado alcolico (dal 2,5 al 3,5%), addizionata con dolcificante onde irrobustirne il profilo sensoriale.

A parte la sopravvivenza di una specifica inclinazione verso l’interpretazione di alcune basse fermentazioni tedesche, specie in alta gradazione (segnatamente Bock e Doppelbock, che qui diventano Bok e DubbelBok), la new wave olandese sembra invece concentrata in parte su generi brassicoli che, quale più quale meno, sono in auge un po’ in tutto il Nord Europa (Imperial Stout e Porter, Barley Wine, paradigmi americaneggianti); in parte sui “sempreverdi” di estrazione belga, in specie abbaziale, dalle generaliste Witbier e Strong Ale, alle claustrali Dubbel, Tripel e, soprattutto, Quadrupel.

Quanto ai nomi di alcuni interpreti dell’attuale ribalta olandese, oltre a uno dei nomi più “glamour” del rating come De Molen (a Bodegraven), citiamo quelli di Jopen (Haarlem), Emelisse (Kamperland), Maallust (Veenhuizen), Oersoep (Nijmegen), Oedipus e ’t IJ (gli ultimi due ad Amsterdam).

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