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Witbier o Bière Blanche: storia e caratteristiche

Tra le tipologie più conosciute, le Bière Blanche (questo il loro nome, secondo la dizione francese) godono di un particolare successo commerciale. Rinfrescanti, piacevolmente acidule, sono prodotte con una miscela di malto d’orzo, solitamente Pils, e frumento non maltato (più, eventualmente, avena cruda fino a un 10%). Mentre, in fase di aromatizzazione, restando decisamente limitato il ricorso al luppolo, si procede a una speziatura affidata per tradizione al coriandolo e al Curaçao (bucce d’arancia amara).

Un tempo erano diffusamente e copiosamente bevute in particolare nella città di Hoegaarden (Brabante Fiammingo); e quando, nella seconda metà degli anni ’50 del Novecento, l’ultimo birrificio cittadino ebbe chiuso i battenti, fu Pierre Celis (1925-2011), un appassionato (lattaio di professione) uso a frequentare lo stabilimento, che si adoperò per mantenere in vita le Witbier (così la denominazione nel vocabolario di Fiandra), avviando un proprio impianto, nel 1965. La sua iniziativa ebbe successo; probabilmente al di là delle stesse aspettative. Oggi, grazie al suo intervento (storicamente decisivo, pur se l’attività, la De Kluis, poi Hoegaarden, venne acquistata nel 1988 dal colosso AB InBev), le Blanche sono facilmente reperibili e largamente interpretate anche al di fuori dei confini del Belgio. Bière Blanche o Witbier che dir si voglia, il significato è lo stesso: birra bianca. In effetti la birra non essendo filtrata, si presenta con un aspetto lattiginoso, in virtù delle sospensioni (lievito, proteine). Il colore è chiaro: pergamena o paglierino; l’aroma si avvale di contributi fermentativi di tipo fruttato (mela, pera) e speziato (vaniglia, pepe), nonché degli apporti agrumati degli ingredienti direttamente aggiunti. Al palato risulta dolceacidula, di frizzantezza spigliata e complessivamente leggera, nel corpo quanto nella gradazione, compresa tra il 4.5 e 5,5.