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Irish Red Ale: storia, caratteristiche e curiosità

Parente meno nota, nel ruolo di portabandiera birraria dell’isola di Smeraldo, di quanto lo sia la “dark lady” Dry Stout, la Irish Red Ale (una “signora in rosso”, volendo chiudere il cerchio delle metafore cromatiche “al femminile”) è comunque, a pieno titolo, esponente della tradizione brassicola del proprio Paese. Una tradizione antica e ricca di cultura, le cui radici affondano, nelle stratificazioni del tempo, fino a raggiungere, con le proprie più lontane propaggini, ere lontane millenni. Attestata fin dall’epopea delle comunità celtiche e del magistero sapienziale dei druidi (la leggenda narra che furono esattamente alcuni di loro, riuniti sotto la quercia più saggia del reame, a ideare e a dare alla luce la bevanda che in seguito gli occupanti romani avrebbero chiamato “cervogia”), la pratica del brassaggio è proceduta, nel corso dei secoli, mantenendosi a lungo aderente ai protocolli ancestrali, utilizzando quindi, in funzione conservante e aromatizzante, erbe e spezie in miscele varie e diverse, in luogo del luppolo. In effetti la pianta rampicante non era nativa delle verdeggianti lande del trifoglio e dunque rimase estranea agli usi alimentari delle popolazioni abitanti a quelle latitudini. Ed è appunto questa scarsa familiarità con il luppolo (almeno storicamente parlando) una delle chiavi di lettura da tenere in considerazione, nell’accingerci a operare un approccio al tema dell’origine, dell’evoluzione e del definitivo “assestamento stilistico” della tipologia posta, nella circostanza, al centro della nostra attenzione.

Sebbene infatti l’irresistibile avanzata compiuta, durante il millennio scorso, dagli “odorosi coni” non si sia arrestata di fronte ad alcuna resistenza, conquistando, pur lentamente, alla propria causa, tutta l’Europa, confini britannici compresi, la Irish Red deve una tra le proprie caratterizzazioni fondanti proprio nel configurarsi come una derivazione delle Pale Ale e delle Bitter, in versione tuttavia meno “hop oriented”. Ma andiamo con ordine. Terra giustamente consacrata dall’iconografia, e dall’immaginario collettivo, tra quelli più legati alla produzione e al consumo di “pinte”, l’Irlanda è tutt’oggi una delle Nazioni attestate ai primi posti delle classifiche birrarie internazionali: tanto nella produzione (8 milioni di ettolitri la media globale annua), quanto come assunzione pro capite (siamo attorno alla ragguardevole quota degli 80 litri). Uno scenario, quello attuale, che prende le mosse, volgendo il nostro sguardo retrospettivo a un passato più recente rispetto a quello evocato all’inizio del nostro racconto, da dinamiche innesecatesi tra il VII e l’VIII secolo, quando l’influenza esercitata, nei processi di trasformazione delle tecniche e dei costumi brassicoli, da parte della vicina Inghilterra, giunse a imporre, anche da queste parti, la forza dei propri modelli. Così, nel corso del XVIII secolo, i circa 200 marchi birrari distribuiti tra le province dell’antica Hibernia arrivarono a importare massicciamente luppolo dalle coltivazioni prosperanti in Albione (oltre 500 tonnellate nel 1752); per poi essere incoraggiati, attraverso incentivi economici (ad esempio premi in denaro messi a bando dalla Royal Dublin Society), a imboccare la strada dell’approvvigionamento autarchico, passando insomma ad acquistare dai coltivatori gradualmente organizzatisi sul mercato interno. Ma insomma, “straniero” o meno che fosse, il luppolo a quel punto aveva definitivamente spinto l’Irlanda nell’ambito della propria “sfera d’influenza”.

E nonostante esista la, peraltro isolata, menzione di “Red Ales bevute nel Kerry” in un poema databile tra l’ottavo e il nono secolo, che niente ha che fare con lo stile odierno di cui stiamo parlando, essendo preparata con elementi botanico quali erica, mirto, fagiolino e tamerice, il concetto moderno di Irish Red Ale, ad avviso degli storiografi di settore, prenderebbe le mosse da una “filiazione locale” della genealogia inglese afferente alle Bitter e alle Pale Ale, loro “genitrici”. In particolare il merito di avere tenuto a battesimo l’ulteriore “spin-off” di quel fortunato format (destinato a divenire dominante sulla scena britannica nell’Ottocento) viene ascritto a John Smithwick, il quale, negli impianti della Brewery omonima (sito fondato, si dice, addirittura da frati francescani, e rilevato dall’imprenditore, imponendo ad essi il proprio cognome nel 1710), avrebbe elaborato una versione personalizzata appunto della Pale Ale, modulandone le fattezze sensoriali in conformità delle propensioni isolane, sicuramente animate da maggiore simpatia per le connotazione di matrice maltata. La tendenza ad un maggior profilo luppolato era comunque destinata a crescere così come in tutte le Terre di Sua Maestà (tanto da divenire identificanti nella genesi della tipologia Bitter, nel secondo ‘800); e così, presumibilmente, anche le nuove Irish Red Ale devono, o quantomeno possono, aver subito uno “spostamento” del proprio baricentro gustolfattivo in direzione maggiormente “hoppy”, finendo per essere assimilate, e apparentate, appunto alle Bitter stesse.

Quanto al profilo sensoriale odierno, il BJCP, nell’eseguire una descrizione comparativa, prende come riferimento proprio il profilo delle Bitter inglesi: anche perché le Styles Guidelines del Beer Judge Certification Program, nell’edizione 2015 (la più recente) non considera la Pale Ale uno stile in sé, ma semplicemente una categoria storica, dalla quale (si legge) hanno avuto origine tre classificazioni stilistiche oggi da considerare (secondo quel punto di vista) come effettivamente applicabili; ovvero le tre sottotipologie, appunto, delle Bitter: Ordinary, Best e Strong. Ebbene, rispetto a tale termine di confronto, le Irish Red presentano caratteri di meno intensa luppolatura ma, nel contempo, di più marcata tostatura. Il “grist bill” comprende infatti una base di Pale Malt, più tocchi di Crystal a bassa e ad alta cottura, nonché di semi scuri (Black Malt, Chocolate, Roasted Barley), al fine di recuperare, negli esiti sensoriali, affilatezza palatale e secchezza in chiusura. Sempre in termini di raffronto, le ambrate irlandesi risultano meno inclini a esprimere caramellature, se paragonate alle pari grado alcoliche prodotte in Scozia, e ciò anche in virtù di un retaggio storico per cui si rinunciava al malti “cara” in ragione del loro costo, alquanto elevato.

Riassumendo, il colore varia dall’ambrato pieno al ramato pieno; l’aroma rivela timbriche di panificato (biscotto), frutta secca (nocciola) e – comunque, pur lievi – di caramello, unite a possibili (di solito assenti) note luppolate (floreali-terrose); la bocca è scorrevole (l’ammostamento è in modalità monostep a 67 gradi), intenzionalmente bilanciata tra la dorsale neutro-morbida e la virata amaricante del finale, entrambe d’intensità moderata (le Ibu, conferite da hop cultivar di matrice continentale, tra le quali un posto sicuro spetta all’East Kent Golding, vanno tra 18 a 28). La gradazione, infine, oscilla tra il 3.8% e il 5%, muovendosi, insomma, in territori (ragionevolmente) “session”.