Birrificio Hilltop Brewery

“Tutto quello che volevo era solo una collina dove sdraiarmi”, scriveva il grande scrittore americano William Faulkner. Con l’aggiunta di una birra in mano, avrebbe introdotto l’eroe della nostra storia, Conor Gallagher Deeks, quando appena laureatosi all’università inglese di Reading, si persuase a tornare nella sua casa di Bassano Romano (VT), dov’era cresciuto e dove intendeva realizzare il suo sogno: aprire un microbirrificio.

Italiano d’Irlanda e d’Inghilterra (ma potreste invertire le tre appartenenze nazionali a piacimento, come ama dire lui stesso), il talentuoso ragazzo, oggi birraio e proprietario di Hilltop brewery, nasce a Bangor, vicino Belfast, Irlanda del Nord, nell’anno di grazia 1986, da due genitori talmente innamorati dell’Italia da progettare di venirci a vivere (peraltro, per sottolineare la parte picaresca di questa storia, uno è inglese e l’altra è irlandese e si sono conosciuti a Parigi). 

Il sangue di questo ragazzo mite è stato da sempre contaminato dalla birra: le già citate origini e la frequentazione del sistema scolastico anglosassone l’hanno portato a consumare numerose pinte, facendolo appassionare a quell’affascinante mondo di stili e storie. Tanto che, dopo la laurea in Animal science (una sorta di mix tra agronomia e biologia), lavorò per tre anni presso Birra del Borgo, allora uno dei migliori birrifici artigianali europei, e durante questa esperienza conseguì anche il diploma del prestigioso I.B.D. di Londra (Istituto di Birrificazione e Distillazione). Mentre aumentavano le cotte casalinghe e le certezze sulle ricette messe a punto, Conor aveva ormai chiaro che anche quel tirocinio, per quanto fondamentale, sarebbe stato solo un altro momento di passaggio. I viaggi all’estero, in particolare negli USA, per conoscere meglio l’universo birrario, e l’amicizia con altri homebrewer di talento (che poi, non a caso, hanno avviato validissime attività nel settore) hanno incrementato la determinazione e la consapevolezza dei propri mezzi. Come racconta lui stesso, da quel momento in poi “ogni volta che chiudevo gli occhi prima di addormentarmi immaginavo sempre nuovi dettagli di quello che sarebbe stato il mio birrificio”.

Il sogno si realizza nell’agosto 2014, quando la piccola unità produttiva comincia a fermentare mosti nella zona artigianale della città storica di Bassano Romano, nella Tuscia meridionale, vicino al lago di Bracciano. Idee e obiettivi chiari, ma anche timori, presi per il verso giusto. “Le probabilità di fallire e fare brutte figure c’erano, ma ricordo che quando ho convinto mio padre, figura fondamentale nell’abbrivio e nella conduzione del progetto, ci siamo detti che bisognava farlo con lo spirito di un’avventura nuova e di divertirci il più possibile.” Nell’ambito di ogni attività artigianale l’energia che ci si immette è essenziale, va oltre talento, tecnica e applicazione: ecco perché sono così importanti vitalità e positività con cui Conor e famiglia contagiano le etichette che realizzano e le persone con cui hanno a che fare. 

Come prima scelta decide di utilizzare una desueta tecnica di ammostamento single step senza riscaldamento. Conor tiene sempre a sottolineare che il tino è stato realizzato dalla P.B.C. di David Porter, vicino Manchester, nota nell’ambiente per questo genere di impianti dedicati soprattutto ai microbirrifici. Sono pochissimi a usarlo in Italia, perché ha un margine d’errore bassissimo e richiede tanto lavoro manuale, ma a sentire lui “è un impianto molto semplice, a infusione, predisposto appositamente per lavorare con il luppolo in coni: è vero che si fatica di più, ma non lo cambierei per niente al mondo.” 

Per quanto riguarda le etichette in commercio, il mondo di riferimento è soprattutto quello anglosassone, ma si vanno a toccare numerosi territori brassicoli. Partiamo dalla Barry’s bitter, prima ricetta messa a punto da Conor e che deve il nome proprio all’importanza della collaborazione del padre, che ai tempi delle birrificazioni casalinghe beveva copiosamente e apprezzava, dando consigli su come affinarla e migliorarla. Questa bitter è una perla rara, sembra uscita da un birrificio tradizionale inglese. Affascina il naso con le sue splendide note tostate e le zaffate terrose, conquista il palato con un corpo opportunamente esile e risulta appagante nella beva e nella chiusura gusto-olfattiva, con il ritorno delle delicate suggestioni aromatiche. Un equilibrio e un gusto di questo livello sarebbero rari da trovare persino nella terra di Albione. 

Altra etichetta degna di menzione è la Gallagher stout, irish stout con la geniale aggiunta di dulse (alghe affumicate irlandesi, che sul posto vengono abitualmente consumate come stuzzichino): persuade con l’ampio ventaglio di note e sfumature di torrefazione, un refolo fumè, godibile soprattutto in bocca per il bilanciamento unico, con un incedere in grado di dare sollievo, grazie alla lieve e piacevolissima acidità tipica dei malti scuri e all’immancabile chiusura nell’amabile amaro della sensazione di caffè, serrando il sorso e spalancando la volontà di bere. Ottima per chi vuole dare soddisfazione sia alle papille gustative che all’anima. E ancora la Via della Cornacchia, un barley wine che è un tributo alle winter warming e alle nocciole del territorio: le sensazioni di malto, frutta matura e in appassimento, le tendenze dolci e una bocca fatta di abbracciante intimità e calore alcolico tendono a far dimenticare ogni genere di problema. Sono state previste due strade di maturazione, in acciaio e in legno, e questo ne cambia palesemente gli esiti gustativi. Quella che rimane in barrique per 6 mesi, manifesta, senza impaccio assiomatico, quarti di nobiltà: scalda la stagione fredda, il cuore e l’atmosfera della bevuta. Senza esagerare, però, visto che la taglia etilica sorpassa gli 11 gradi.

A queste birre, sempre rimanendo nel solco della tradizione brassicola inglese, si affiancano realizzazioni che puntano più al “pubblico della sete”: meno complesse, ma non per questo banali, improntate su nasi profumati e grande capacità di beva. Come la Hop Hill IPA, India Pale Ale che americaneggia con le suggestioni dei luppoli a stelle e strisce; o la Wot hop?, in cui ogni volta si usa un luppolo diverso da indovinare. Cambiando scuola e muovendosi verso il Belgio, meritano una menzione la Bella blonde, una belgian blonde da 6.5°, molto beverina e dal finale leggermente amarognolo (per via dell’utilizzo di miele e arancia). E la ZenZero, una felice intuizione in grado di mettere assieme l’anima belga dei malti e del lievito e la spezia nel nome che rinfresca e suggerisce oriente, equilibrando la forza aromatica della frutta matura, effetto dei lieviti utilizzati, le note mielate e la potenza alcolica in campo, 8.5°, tipica di una strong belgian ale. Chiudiamo la carrellata con la BamBelg, frutto di una realizzazione a quattro mani assieme a Valentino Roccia, publican dell’apprezzatissima birreria romana Pork’n roll e artefice della ricetta. Una rauch, di base, ma con l’utilizzo di lievito belga, brillante e inedito equilibrio tra le suggestioni gustative del malto affumicato e la morbidezza della frutta matura tipica dei lieviti del plat pays, con un’agilità gustativa insospettabile.

 

Informazioni e contatti

Via Roma 315/A
Bassano Romano (VT)
333- 2019407
info@hilltopbrewery.it
hilltopbrewery.it

Dati:
Capacità produttiva dell’impianto: 10 hl
capacità della cantina: 110 hl
produzione: 1000hl
Soci fondatori: Conor e Barry Deeks
Tipologia di locale: birrificio con tap room


Le birre del birrificio Hilltop degustate: