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La birra in Giappone

Un caso singolare, quello del Giappone, che meriterebbe un approfondimento più attento e attuale visto che già tra fine anni Novanta e primi Duemila, il Paese del sol levante si caratterizzava per essere un interessante laboratorio nel quale si praticava, con dedizione, il brassaggio di tipologie classiche delle “vecchie” scuole birrarie. E così qualcuno commercializzava, con etichette recanti caratteri ideografici, fior di basse fermentazioni, fra Tradition Bock e Black Lager; un filone, che in Sol Levante ha trovato terreno fertile per attecchire e svilupparsi. Parlare di Giappone significa aver ben presente la potenza iperbolica di alcuni gruppi industriali (Asahi, ad esempio, gruppo che recentemente ha acquistato il marchio Peroni); ma anche un tessuto di piccoli produttori (in tutto le aziende registrate sono oltre 250), che si dedicano a materie di tutt’altro genere che non le basse fermentazioni senza personalità. Anche perché, nel frattempo, sulla scena nipponica ha fatto la sua comparsa un altro attore, il luppolo. Una varietà in particolare ha reso tangibile – come poche altre – la corrispondenza tra utilizzo in ricetta e risultati sensoriali derivanti: parliamo del Sorachi Ace. I suoi ascendenti sono il britannico Brewer’s Gold, il boemo Saaz e un maschio locale: l’unione dei cui genomi ha dato vita, nel 1988, una varietà destinata a conseguire vette elevatissime di notorietà, grazie al suo incisivo potenziale amaricante e al suo aroma avvolgente, morbido, intriso di vigorie citriche in versione caramellata. Adorato da alcuni e detestato da altri (proprio la sua densità olfattiva che per alcuni può risultare stucchevole), ha segnato e sta segnando i passi di uno “way of brewing”  pacifico, dotate di una sua autonomia rispetto ai modelli americani, che ancora menano le danze del mainstream mondiale. Modelli americani che, peraltro, lasciano la loro impronta, eccome, nel ventaglio delle tipologie più diffusamente brassate e bevute; accanto però al mai smarrito amore per i generi tradizionali europei (dalle Winter Warmer alle Imperial Stout, dalle Bavarian e Berliner Weisse alle English Pale o Brown Ale); e accanto, anche, a un’attrazione nei confronti delle sperimentazioni vertenti attorno a fermenti non convenzionali.Tra i marchi “micro” cui affidare il compito di rappresentare la propria agguerrita schiera, citiamo tre birrifici: Kiuchi (a Konosu), Baird (a Numazu) e Yo-Ho (a Nagano)