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La birra nella storia antica

Secondo molto teorie le bevande derivate dalla fermentazione dei cereali nacquero ancor prima che l’uomo diventasse stanziale. Alcuni ricercatori sostengono addirittura che la necessità di produrle possa essere annoverata tra i motivi fondamentali che spinsero l’uomo ad abbandonare la sua condizione nomade, dando vita all’agricoltura. Le birre primordiali hanno sempre ricoperto un ruolo di primaria importanza: prima di tutto rappresentavano una fonte di acqua potabile, nonché un ottimo modo per conservare i valori nutritivi dei cereali (birra come “pane liquido”), erano inoltre cariche di un forte valore simbolico e religioso. Si suppone che la fermentazione dei cereali fosse già praticata nel neolitico in vari punti del globo. Vi sono infatti prove a testimoniaza di questa teoria, la più antica delle quali si trova in Cina, nel sito archeologico di Jiahu ed è databile attorno al VIII millennio AC.

Nella regione della mezzaluna fertile, culla della civiltà, ritroviamo invece le prime tracce di cultura birraria. L’antica società dei Sumeri, primo popolo sedentario al mondo, è profondamente legata alla birra. La prima testimonianza diretta la offrono i reperti provenienti dal sito archeologico di Tepe Gawra (nell’attuale nord est dell’Iraq) datato intorno al 4000 a.C. Qui è stato ritrovato un sigillo impresso su un vaso di terracotta usato per indicare che vi era contenuta birra. Noto è anche il “monumento Blau”, dal nome dell’archeologo che la scoprì: una tavoletta di argilla risalente all’epoca predinastica sumera (circa 4.000 a.C.), conservata oggi al British Museum di Londra, che raffigura doni propiziatori offerti alla dea Nin-Harra (dea della fertilità): capretti, miele e, appunto, birra. Nella cultura sumera la birra (kas), o meglio le birre, dato che se ne producevano diverse tipologie, erano di importanza cruciale, sia nella vita di tutti i giorni, sia nell’universo sociale che religioso. La birra era sia il salario per gli operai (3 litri di bi-du, così chiamavano la birra destinata ai lavoratori, al giorno) che simbolo stesso della civilizzazione, come appare nel poema di Gilgamesh (2200 a.C.), simbolo della cultura sumera. Sul versante religioso basti ricordare che la prima ricetta conosciuta per la produzione di una birra appare nientemeno che nell’Inno a Ninkasi, la dea della birra. Di conseguenza anche il mestiere del birraio era preso sul serio: il codice di Hammurabi, che tra l’altro regolamentava anche la produzione e la vendita di birra, prevedeva addirittura l’annegamento per chi vendesse la birra a prezzo maggiorato.

Anche gli Egizani attribuivano alla birra un valore non solo nutrizionale ma anche sociale e religioso. Lo testimoniano i numerosi bassorilievi ed altrettanti pittogrammi, a sfondo sia spirituale che profano, rivolti a classi sociali di ogni grado. Anche nella tradizione egiziana esistevano diverse tipologie di birra (in generale chiamata hekt) e, come per i Sumeri, veniva usata come moneta per pagare gli operai specializzati, che ad esempio costruirono le piramidi. Sul piano religioso la birra assunse una grande importanza, tanto che si pensava fosse stata inventata direttamente dagli dei Iside e Osiride. Durante il regno di Ramses II (XIII sec. a.C.) in Egitto la produzione di birra aveva assunto dimensioni decisamente importanti con un volume stimato di circa 35 000 ettolitri annui: circa il 40% dei grani conservati nei magazzini delle città era destinato ai birrifici.

Per quanto riguarda le civiltà del mediterraneo è storicamente risaputo come i Greci preferirono il vino alla birra. Ma questo non significa che non conoscessero l’arte di produrla, che acquisirono attraverso il contatto con le civiltà circostanti, soprattutto gli Egizi, ed i più vicini Frigi. Con questi ultimi lo scambio culturale è testimoniato dalla sovrapposizione di due divinità: Sabazio dio della birra dei Frigi divenne Dionisio, dio greco del vino. Più che i Greci furono proprio i Frigi a coltivare una forte passione per la birra come testimoniano i ritrovamenti di una tomba reale, quella del mitologico Mida. Analizzando con le moderne tecniche dell’archeologia molecolare i resti del banchetto funebre della presunta tomba del re a Gordio (datata a metà del secolo VIII a.C.), si è scoperto infatti che alcune delle anfore presenti contenevano una bevanda a base di orzo, miele e uva. Probabilmente una birra per i ceti abbienti in cui all’uva era affidato il compito di portare i lieviti, mentre il miele oltre che per il gusto era probabilmente usato per stimolare la fermentazione.

I Romani, che come i greci per lunghissimo tempo non diedero importanza alla birra prediligendo il vino, probabilmente conobbero quella che definirono la “bevanda di Cerere” grazie agli Etruschi, che ne facevano largo uso. L’interesse per la birra crebbe mano a mano che i romani conquistarono e quindi conobbero le culture ai confini dell’impero, come i Galli e i Celti. Già Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia (23-79 d.C.) riferisce della produzione di birra tra la Gallia e l’attuale Spagna; più o meno nello stesso periodo Tacito riferisce dell’esistenza di birra presso i Germani, bevanda che non dovette gradire molto dato che la paragonò al vino andato a male. Se all’eminente storico non piacque la “bevanda dei barbari” non si può dire lo stesso dell’allora imperatore, Nerone, che era solito importare birra dalla Spagna. Un altro illustre amante della birra fu Giulio Agricola, militare e poi governatore e suocero dello stesso Tacito, che durante la sua permanenza in Britannia imparò ad apprezzare questa bevanda tanto da voler portare con sé al suo rientro a Roma alcuni mastri birrai per poter produrre la birra direttamente nella sua dimora.

Ma come si era diffusa la birra nelle regioni del nord dell’attuale Europa dove la incontrarono i Romani? Secondo recenti studi la birra venne trasportata attraverso flussi migratori di quelle che vennero chiamate “popolazioni indoeuropee”, originatesi probabilmente tra il Mar Nero e il Mar Caspio nell’ottavo millennio prima di Cristo. Fanno parte di queste popolazioni anche i Germani e i Celti. Insediatesi in climi non favorevoli per la coltura della vite, ma favorevoli per i cereali, furono sin dall’inizio consumatori di idromele, al quale i meno abbienti miscelavano cereali germinati (i celti chiamavano questa bevanda curmi). Progressivamente queste popolazioni si espansero nell’Europa del Nord e verso Ovest. In particolare i Celti, in buona parte chiamati Galli dai Romani, occuparono la regione dell’attuale Francia, Olanda, Belgio, Svizzera, la Germania fino al Reno, ma anche la cosiddetta Galli Cisalpina (nord ovest italiano) e attorno al 1200-800 a.C. l’attuale Inghilterra e l’Irlanda. Tra i grandi lasciti tecnologici dei Celti, oltre ad una affinamento delle tecniche di maltazione, si può annoverare il barile in legno (probabile opera dei Galli attorno all’anno zero), un contenitore che farà la storia della birra fino all’epoca contemporanea: molto meno fragili e più facili da trasportare non ci misero molto a soppiantare le anfore in argilla.