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Highlander Beer Trail: da New York all’Hudson Valley

Ci siamo: avete pianificato il vostro primo viaggio a New York City, e non vedete l’ora di godervi la città che non dorme mai. Anche perché sul piano birrario, recentemente, si è distinta per essere stata considerata come il miglior posto al mondo dove bere secondo Jeppe-Jarnit Bjergsø – sì, proprio lui, l’Evil Twin di Mikkeller. Io non mi trovo d’accordo con l’affermazione, ma devo ammettere che va molto vicino alla verità. L’offerta e la scena di NYC è davvero imponente, vastissima, risultato di una crescita esponenziale durante gli ultimi anni che ancora non sembra aver conosciuto un limite. Le aperture di beer-bar e birrifici sono fioccate a pioggia e, tra Manhattan e Brooklyn, si può quasi girare completamente a caso lasciandosi guidare da Untappd e la sua mappa di venues e cascare sempre bene. Se siete abbastanza geeks, tuttavia, può darsi che persino l’immensa NYC vi stia stretta, che vogliate aprire addirittura nuovi orizzonti. Benissimo, seguitemi. L’intero stato pullula di birrifici interessanti, in particolare la regione dell’Hudson Valley (che prende il nome dall’omonimo fiume) ne presenta una concentrazione altissima, sessantacinque, sparpagliati tra amene cittadine, parchi e itinerari naturalistici. L’Highlander Beer Trail, così da noi ribattezzato per il suo essere impegnativo, fatto per pochi facinorosi immortali, in grado di sobbarcarsi miglia e miglia alla continua scoperta del nuovo in un paese variopinto ed eterogeneo, è un’esperienza che consiglio a chiunque voglia cimentarsi in un focus come si deve sullo stato di New York. Non è obbligatorio seguirlo pedissequamente, ma, se volete coprire il meglio del meglio, sappiate che una delle prime avvertenze da prendere in considerazione è sui i giorni e gli orari di apertura dei birrifici – e tale itinerario si basa su uno studio maniacale per cercare gli incastri perfetti tra le tappe. È un dettaglio importantissimo che si estende all’America intera: tranne nelle grandi città, troverete pochissime taproom aperte tutti i giorni. La maggior parte, invero, è a disposizione del pubblico soltanto il fine settimana (o da giovedì in poi), spesso ad esclusione della domenica, con orari risicati e inusuali. Meglio premunirsi. Per cui, per girare la Hudson Valley, prendetevi un bel weekend e via! Verso l’infinito ed oltre.

Supponiamo che vogliate muovervi da New York un bel venerdì mattina. Nulla vi vieta di scivolare sull’Hudson Valley da Boston, ma siete a una distanza almeno doppia: la Grande Mela è il punto di partenza meno complicato e più vicino. La vostra prima destinazione potrebbe essere allora la piccola Poughkeepsie, un nome che richiama la località di villeggiatura estiva in cui è ambientata una puntata dei Simpson (Little Pwagmattasquarmsettport), ma d’ora in avanti lo ricorderete in quanto sede di un singolare birrificio di nome Plan Bee. L’interesse per loro nacque e si concretizzò attraverso due binari paralleli, il mio e di un amico, che trovarono compimento e unione in un set di 24 bottiglie ricevute più di un anno fa. Fummo affascinati dalla loro dichiarazione d’intenti “rurale”, ovverosia: far birre con l’esclusivo apporto di materie prime e non locali – al massimo ottenute entro i confini dello stato di New York – se non coltivati in proprio. È il l’obiettivo finale poter dire di aver piantato e processato personalmente ogni ingrediente. Parliamo di farmhouse con veri e propri ingredienti da fattoria, scanditi dallo scorrere delle stagioni: mele cotogne, rose, lavanda, cetrioli, fragole, zucca, eccetera. Qui gli scettici (a ragione) avrebbero le loro perplessità nel leggere queste parole, rammentando discorsi triti e ritriti sulla territorialità che tanto sono stati abusati nei confini italici, il più delle volte con risultati molto discutibili. Non do torto a chi, alla fine della fiera, pretende l’esame del bicchiere – duro e puro – per capire dove si colloca un birrificio tra realtà e proclami. Vi dico la mia: è tutto vero. Raggiungere Poughkeepsie richiede circa due ore in condizioni di traffico normali. Sarebbe cosa saggia essere lì all’orario del pranzo, però alla taproom non troverete nulla da mangiare. Poco male, perché di alternative ne avete: la prima è rifocillarsi strada facendo o in zona, la seconda è raccattare take-away un bel meal newyorkese per consumarlo in macchina o all’arrivo (non vi faranno storie). Prendendo in considerazione quest’ultima ipotesi, sappiate che lungo il percorso, appena a nord del Bronx, c’è Liebman’s Deli – dove potrete gustare uno dei migliori (se non il migliore) reuben sandwich di tutta New York, per me superiore anche al celeberrimo Katz; se vi attira di più l’hot-dog, invece la sosta obbligatoria diventa da Walter’s Hot Dogs a White Plains. Sia quel che sia, abbandonate l’infernale traffico di Manhattan o di Queens e immergetevi nella placida Taconic State Parkway: come il nome suggerisce, case, edifici e costruzioni spariranno gradualmente per lasciar spazio ad una suggestiva cornice verde. Il tipico paesaggio da film della highway americana, fatto di altissimi ed enormi cartelloni pubblicitari che spaziano dagli avvocati divorzisti alla domanda sull’esistenza di un aldilà, viene soppiantato da un attraversamento di parchi, riserve naturali, campi da golf e laghetti, in un immaginario da film disneyano vecchio stampo. Il primo pensiero è stato: come essere in Vermont, ma con più macchine. Lasciata la Taconic e usciti a Poughkeepsie, il navigatore vi condurrà fino a una strada sterrata, dove a un certo punto l’unica indicazione consiste in un cartello di legno e una freccia sormontata dalla scritta Farm fresh BEER. Siete arrivati, e allora vi rendete conto che questi fanno sul serio. Non sembra di essere, siamo: in una fattoria. A poca distanza dall’edificio che accoglie l’impianto produttivo e la taproom vi è un fienile, attorno al quale non sarà difficile veder gironzolare galline, capre e cani. L’ambiente interno ha un’atmosfera country non finta, molto handcrafted (sgabelli a parte) e di grande accoglienza. Sì, ma le birre? Tutte le produzioni utilizzano un lievito estratto e coltivato a partire dal miele prodotto in proprio dai coniugi Watson – fondatori e curatori a tempo pieno di un progetto nato nel 2013, chiamato Plan Bee Farm Brewery, un “Piano B” (gioco di parole con Bee, ape) come fuga da una vita stressante in cui Evan Watson era un lanciato frontman rock dedito a massacranti tour tra decine di stati. Gli opportuni studi in materia birraria, nonché le conoscenze pregresse di Emily nel campo dell’apicoltura, gli hanno consentito di creare una realtà oggi solida e di personalità. Birre come la loro Pickle, fatta con aneto e cetriolo, hanno un potere rinfrescante, di gran pulizia, lasciando dissetati e pronti a berne ancora. Sentendo loro, le proprietà antisettiche del miele permettono alla birra di rimanere pulita inizialmente, per poi acquisire una graduale acidità tra sfumature tart e funky man mano che invecchiano in botte o in bottiglia. È effettivamente vero: più il lavoro si ispessisce in termini di ingredienti e passaggi, più il mouthfeel acquisisce complessità, dalla “semplice” Barn Beer, deliziosa wild farmhouse che esprime colori di pompelmo e mela, alla maestosa Comb, annuale blend di barrel-aged selezionate. Per niente fatte con lo stampino, potreste beccare delle note acetiche di bottiglia in bottiglia o di batch in batch, ma la media generale comunica un bel senso di pulizia e piena consapevolezza del prodotto. Se non siete sfortunati come noi, capitati in una giornata di fastidiosa pioggerella estiva (trasformatasi la sera in un temporale), godetevi all’aperto lo scenario perfetto per questo tipo di birre, prima di mettere in moto per la prossima tappa.

Pur a malincuore e non prima di aver svaligiato il loro angolo di merchandise, lasciatevi Plan Bee alle spalle e riabbracciate la Taconic tirando dritto una quarantina di minuti a nord, per raggiungere il punto più alto dell’Highlander Trail. Poughkeepsie vi era sembrata piccola, con i suoi trentamila abitanti? È una metropoli, rispetto a ciò che vi attende. Avrete sentito almeno una volta nella vita l’espressione idiomatica in the middle of nowhere, ma a questo giro sarete in grado di percepirne il significato in pieno. Dovrete raggiungere una frazione chiamata Elizaville, viaggiando per una campagna dove fanno capolino i cartelli segnalanti la vendita di uova e prodotti agricoli a livello familiare – presso le sparute case che si incrociano di tanto in tanto. Giungendo infine presso una casupola dove vi aspettereste di imbattervi in Nonna Papera, e invece ha sede il birrificio Sloop, seconda tappa prevista. La taproom è un luogo a metà tra un saloon e una vecchia casa colonica, ma le birre qui parlano moderno. Gran parte della loro batteria è imperniata infatti sul luppolo, in particolare la corrente NEIPA la fa da padrona. Freschi di una consistente espansione, segno di una vendita andata a gonfie vele in quattro anni di apertura, la nuova sede, localizzata molto più a sud (addirittura prima di Poughkeepsie) e ancora in fase di completamento durante la nostra visita alla storica The Farm, che continuerà a rimanere aperta, comprende: ristorante, sala giochi arcade e tasting room. Quando si dice il potere delle NEIPA. La flagship risponde al nome di Juice Bomb, che non tradisce il suo nome: totally hazy, decisa, diretta, di spessore, scarsa sensazione da succo di frutta e quel filo rozza, senza il quale però, risulterebbe forse scarnificata in personalità. Da Sloop abbiamo respirato un’atmosfera di benvenuto reale, genuina, sia da Brett, il taproom manager, che dagli avventori locali – sempre incuriositi e stupiti di vedere persone venute lì a bere dall’altro capo dell’oceano. Sono i momenti in cui emerge, palpabile, quel senso di educazione e accoglienza tipicamente americano che è forte nel cittadino medio degli stati più a contatto col mondo, soprattutto nei piccolissimi centri, quello che vorremmo ritrovare ovunque negli Stati Uniti e che invece, ahimè, purtroppo fa a pugni con sfaccettature e contraddizioni non proprio gradevoli e che danno sempre tanto da riflettere. Mi sono ritrovato a chiacchierare con un cinquantenne appassionato di moto italiane, e di punto in bianco l’argomento è diventato la politica. Ammetto di essermi sentito per un attimo in difficoltà quando mi ha detto di essere fiero di aver votato Trump e di sostenerlo. Non ho potuto fare a meno di chiedergli come mai. Per fortuna la conversazione non ha preso brutte pieghe e lui era ben lungi dal voler polemizzare. Voleva solo bere in buona compagnia. Da Sloop potete fare il pieno di prodotti locali della regione: salumi, formaggi affumicati ed erborinati, patè, pane. Avete almeno di che cenare, solo che la giornata prevede un’ultima sosta prima del meritato riposo del guerriero. Da dove siete, vi restano solo poche miglia per toccare l’interessantissimo Suarez Family, una delle realtà statunitensi più singolari degli ultimi anni. Il motivo? Sono saliti alla ribalta per quelle che vengono definite le migliori Pils d’America. Fondato da Dan Suarez e Taylor Cocalis Suarez, marito e moglie, il nome non è esploso per caso. Diamo un’occhiata al curriculum di Dan: formatosi al Greenpoint Beer Works di Brooklyn, rinomata palestra anche per la crew di Other Half, è passato prima da Sixpoint per approdare nientemeno che a Greensboro da Hill Farmstead, dove è stato braccio destro di Shaun Hill per tre anni sin dall’apertura, condividendone la sete di conoscenza e l’ossessione per la qualità. Neanche il posto, ancora più isolato di Sloop, è stato scelto per caso: ai coniugi Suarez ricordava la mansueta e pacifica vita rurale dell’alto Vermont. La taproom è una casetta arredata in stile semplice, con pochi fronzoli, qualche pianta e ampie vetrate da cui ammirare la campagna e gli alberi. L’ambiente all’apparenza freddino, dai colori tendenti al bianco, crea in realtà un bel contrasto con la visuale esterna, e le vibranti, semplici e ottime birre sono il rintocco del tempo che scorre via fermandosi a bere da Suarez Family. La loro gamma prevede una serie di pils non filtrate tra cui spicca la Palatine, una helles, diverse pale ale leggere e una serie di eccelse farmhouse non sempre disponibili (anche in bottiglia da asporto), nelle quali risuona tutta l’esperienza di Dan maturata durante gli anni a Greensboro. Mi sono piaciute molto le lager: ci ho visto una forte matrice europea, tanta che non si direbbero provenienti dallo stato di New York. Hanno classe, pulizia, anche troppa, e in effetti, giusto per spaccare il capello in quattro, si potrebbe imputare una mancanza di rusticità, soprattutto se siete amanti dell’hardcore francone. Intanto si è fatto tardi, e vi chiederete dove accidenti si vada a dormire da queste parti. Vi verrà incontro AirBnB più che Booking, dato che le soluzioni classiche alberghiere sono altamente risicate; noi abbiamo alloggiato a casa di una gattara ultrasessantenne che gestisce un ameno e decadente mercatino dell’usato e del baratto, dove tutti i proventi vengono impiegati per un fondo scolastico. Ho lasciato un paio di dollari per una copia consunta e sgualcita di Lord of the Rings, dopodiché ci siamo rintanati per la cena in camera mentre fuori imperversava un acquazzone pazzesco. Non dormite poco: avete bisogno di riposo. 

Pronti per il day two dell’Highlander Trail? Cominciamo: vi toccano novanta minuti di strada. Due possibilità: potete risparmiare una manciata di minuti e miglia imboccando la Interstate-87, attraversando subito l’Hudson e andare in scioltezza, o percorrere la fida e piacevole Taconic Parkway a ritroso, per passare il fiume all’altezza di Glenham/Fishkill. La meta? Middletown, cittadina che accoglie un nome conosciuto da molti italiani: Equilibrium. L’hype qui regna sovrano, incontrastato, nel bene e nel male: le birre sono di ottima fattura – posto che piacciano le NEIPA belle dense, ricche, cariche ed esplosive. Il sabato mattina causa grande agitazione tra i geek, poiché è il giorno dedicato alle nuove uscite. Stiamo parlando  dell’unico momento della settimana in cui accaparrarsi le birre il più fresche possibile, a rischio sold out in poche ore e reperibili solo e soltanto al birrificio. È costume locale, tra gli appassionati, riunirsi sul posto per dividere qualche birra in compagnia (entro un perimetro concesso dallo staff di Equilibrium), un’ora prima della partenza della vendita. Dovrebbe essere un momento di condivisione da passare in totale relax, e invece non mancano esagitati che si fiondano sui loro oggetti del desiderio perdendo qualsiasi barlume di lucidità e rispetto. Avevamo con noi parecchie latte delle release speciali di Tired Hands prese in Pennsylvania la settimana prima, quelle per cui vanno in fila circa 700 persone, e ci era sembrato un gesto carino offrirne un paio in quel frangente. Nemmeno un nanosecondo dopo aver appoggiato la prima sul tavolo dove giacevano le birre da dividere, un tipo è schizzato in avanti come un ninja, con un movimento che sembrava la reazione ad un allarme bomba nucleare, aprendola di botto e versandosene una discreta quantità in un bicchiere di plastica sporco, da cui poi ha bevuto – il tutto si è svolto alla velocità della luce. Tra le risate trattenute di alcuni e gli sguardi imbarazzati di altri, ero annichilito. Osservavo il pazzoide grattandomi perplesso il mento con l’indice, senza avere la forza di dirgli alcunché. Se pensate che il mondo della birra sia pieno di gente strana, girate l’America e alzerete la vostra asticella di parecchio.

Avete preso la vostra scorta di latte iper-fresche di Equilibrium? Ormai si sarà fatta l’una e avrete un certo appetito. Ci sono svariate opzioni, in un raggio grossomodo ristretto che prevede non più di mezz’ora di macchina: c’è il Clayton Delaneys Dining Saloon, un ristorante a tema western che funge anche da taproom del birrificio Rushing Duck; e la Eddie’s Roadhouse a Warwick, dove forse il cibo è meno a buon mercato ma potete contare su una taplist d’eccellenza come Suarez Family, Trillium, Other Half, Hill Farmstead, Lic Beer Project. Magari invece la risolvete al sacco, con i cari avanzi della sera prima, e quindi decidere per una capatina da Industrial Arts. Insediato in un complesso industriale risalente agli anni pre-Guerra Civile Americana, il birrificio ha una suggestiva taproom in un enorme ed imponente edificio. L’offerta si è dimostrata ampia per varietà di stili (davvero ottima e rigorosa la loro Brut IPA, il miglior esempio americano bevuto so far) e numero di spine (nove). Da lì potete divagare, ma evitate il cazzeggio perché per ritenervi dei veri highlander vi manca l’ultima tappa. E non vorrete far tardi. Beacon. Si pronuncia Biicon, e non c’entra nulla col bacon. Il punto più turistico dell’intera valle: da qui partono la maggior parte delle gite in barca sull’Hudson, si organizzano escursioni, eventi, manifestazioni a carattere sportivo. Una cittadina viva, piccola e al contempo brulicante, poteva mai non ospitare uno dei birrifici più bizzarri degli ultimi anni? Sto parlando di Hudson Valley, che prende il suo nome dalla regione stessa. Ho scritto di loro qualche numero fa, quando si parlava di nuove frontiere nel campo IPA, segnalandoli sia per aver dato un senso al concetto di Sour IPA, osando qualcosa che superasse il banale e abusato sour kettle, sia per essere gli unici a produrre delle Milkshake IPA che non ti stuccano la bocca al secondo sorso. Ero rimasto colpito dalla loro maniera eclettica di lavorare, grazie alla quale ciascuna birra è il risultato ottenuto da blend chirurgici e studiati con stili e ingredienti difformi. La visita della loro taproom ha confermato le loro capacità, e ho potuto osservare coi miei occhi l’incredibile distesa di botti che rappresentano – per dirla con le loro stesse parole – i pastelli con cui disegnare. Occhio che tra lattosio, frutta e spezie siamo sul trascendente puro: son birre che devono piacere. Adesso potete scappare e ritornare da Suarez Family, oppure potete fermarvi per un ricco sandwich di carne da Barb’s Butchery, macelleria ruspante con cucina; o se preferite da Stock Up che serve deliziosi stuzzichini di formaggio e broccoli da accompagnare con un’ottima IPA classica di Woodstock Brewing; o perché no passeggiare per il centro notando quell’aria vintage ma lustrata a specchio, oppure ammirare la purezza delle piccole cascate. E poi un’ultima birra al Draught Industries male non fa, prima di andare a letto. Anche qui, AirBnB diventa la risorsa migliore.

Ci siamo risvegliati trovando la colazione già pronta. La nostra ospite, Jan, ce l’aveva preparata lasciandoci un biglietto di saluti cordiale e di buon augurio per il proseguimento del nostro viaggio. Ci siamo presi il nostro tempo accarezzando il suo cagnolone mentre mangiavamo e che, alla fine, abbiamo trovato accucciato sulla mia valigia perché forse non voleva che andassimo via. L’Highlander Trail era appena terminato, eppure bisognava rimettersi in marcia. Alla volta del New Jersey, centosessanta chilometri, verso un posticino che mi stuzzicava perché sentivo che ci avrei trovato qualcosa di buono. Non sapevo che avrei trovato la migliore IPA bevuta quest’anno. Ma questo è un altro racconto.