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Great Newsome

Legati alle tradizioni, al senso della famiglia, orientati a valorizzare il patrimonio (in fatto di know how, di materie prime alimentari, di “way of drinking), tipico della loro regione d’appartenenza. Così, con questa fotografia verbale, potremmo sintetizzare il profilo della Great Newsome Brewery, piccola realtà (circa 4.200 gli ettolitri sfornati sul ciclo dei 12 mesi), incastonata nel paesaggio rurale della Contea dello East Riding of Yorkshire.

E rurale, quel paesaggio, lo è in senso stretto: il birrificio è infatti organico a (e praticamente omonimo di) a una fattoria a conduzione familiare, la Great Newsome Farm, di proprietà da diverse generazioni degli Hodgson. Qui, nel 2007, Matthew – fondatore e, allora, brewer unico – ha avviato la sala cottura dell’impianto; dando avvio a un’esperienza che, nel giro di pochi anni, ha ampliato a tal punto la propria azione da arrivare a contare, nel 2017, un team di 9 persone, compreso un birraio dipendente, Nicholas Hopper.

Quali i tratti peculiari di questo tenace e combattivo marchio craft? Ecco qua. Primo: l’azienda agricola ereditata dai genitori conferisce (e assicura) la parte preponderante dell’orzo impiegato in ammostamento; più o meno un 75%, corrispondente alla quota di Pale Malt (ricevuto indietro come tale dopo l’ovvio passaggio in malteria), quello cioè di base, mentre gli speciali vengono acquistati sul mercato.

Secondo: per la fermentazione si utilizzano un ceppo di lievito di proprietà, ricevuto in dono (o meglio: pagato in birre; comunque a prezzo simbolico) da un altro produttore di zona, all’atto della chiusura delle proprie saracinesche; e il sistema, fortissimamente identitario, nella sua peculiarità territoriale delle Yorkshire stone squares (vasche quadre). In sintesi l’unità di fermentazione è costituita appunto da due vasche in ardesia, sovrapposte l’una all’altra: in quella superiore tende ad addensarsi il lievito, sospinto dal movimento ascendente dell’anidride carbonica in costante eruzione; quella inferiore accoglie invece il grosso del mosto liquido in ebollizione. Una certa quantità del quale, però, viene periodicamente pompata nel recipiente posto più in alto, dove si miscela con il lievito stesso per poi rifluire di nuovo in basso, assicurando così, all’interno della massa fluida, una continua circolazione delle sostanze e un più uniforme contatto fra i fermenti e il mosto.

Terzo fattore di riconoscimento: l’orientarsi verso tipologie per la maggior parte espressive del più classico modo di bere anglosassone (una vecchia scuola e che adesso sta tornando in auge): basse gradazioni, niente effetti speciali e colori ultravivaci, modalità session accesa e… buona notte a tutto il resto.

Quarto punto: l’obiettivo di cui sopra è conseguito – anche – privilegiando, certo, i luppoli (in fiore) più canonici del repertorio tradizionale anglosassone (Northern Brewer e Pilgrim, ad esempio); ma non chiudendo del tutto le porte alle varietà extraeuropee. Anzi, cultivar come Challenger e Amarillo compaiono (magari non esplicitamente) nelle ricette; il punto è che li si utilizza (sempre in fiore) come gregari: nelle quantità minime, in buona sostanza, così da contenere rigidamente le loro espressioni più fluorescenti e orientando invece le loro energie verso il dare una spinta alle più timide aromaticità delle specie convenzionali.

Una filosofia imprenditoriale che è valsa soddisfazioni e riconoscimenti: in primis per la Frothingham Best (Premium Bitter da 4.3%) dedicata al vicino villaggio di South Frodingham.

In sala cottura a regnare è Matthew, al volante di un impianto allestito nelle strutture di una fattoria del Settecento i cui fermentatori alimentano una gamma (confezionata in cask, fusto e bottiglia) nella quale il legame con le tradizioni birrarie britanniche convive con un sorvegliato interesse per il modernismo nuovomondista. 

Informazioni e contatti

Great Newsome Farm, South Frodingham, Winestead, Hull, East Yorkshire
01964 612201
enquiries@greatnewsomebrewery.co.uk
http://www.greatnewsomebrewery.co.uk