• A caccia di birre?
  • A caccia di birre?
  • Fermento Birra

    Il primo web magazine dedicato alla birra di qualità
    Spillatura n.7 - Marzo/aprile 2008

    News dal Belgio

    La finestra sul Belgio a cura dell’esperto Joris Pattyn

     

    english

     

    L’orgoglio del Belgio
    Parte seconda:
    calici di oro liquido

     

    Il mese scorso abbiamo parlato in maniera generale delle abbazie, dei monaci e del loro lavoro. Vediamo ora di analizzare un po’ più a fondo quanto emerso, o per tornare alla mia domanda iniziale (quella difficile): ma quali sono le caratteristiche di una birra trappista?

     

    Se apri una bottiglia di Orval, meritevole del premio-design, accanto ad esempio ad una Rochefort 10, e per completare ci aggiungi una bottiglia di Westvleteren (tappo giallo) e una di Achel De Drie Wijzen 75 cl, allora sì che ti potresti sentire davvero lontano da una risposta certa. L’assaggio confermerà infatti che non c’è niente di più diverso da una Trappista di un’altra Trappista. Una dichiarazione questa che potrebbe candidarsi come grande aforismo di Joris Pattyn, anche se temo non verrà ricordata per l’eternità.. ma non perché non sia vera!

     

    Tanto per cominciare diciamo anzitutto che alcune Trappiste sono fra loro "parenti", e non solo perchè nascono all’interno della stessa abbazia. Le Rochefort 6°, 8° e 10° condividono ad esempio la medesima ricetta, in cui cambia solamente le proporzione fra massa secca ed acqua. Sempre parlando di Rochefort forse non tutti sanno che la ricetta della prima birra lì prodotta fu fornita ai monaci dal birrificio Chimay, in particolare dal suo leggendario padre-birraio. Il monaco Rochefort che iniziò la produzione aveva poi imparato il mestiere in un altro birrificio della zona, ed egli stesso proveniva da Achel, abbazia ‘madre’ di Rochefort! Allo stesso modo Chimay seguì l’esempio di Wesvleteren, anche in questo caso sua abbazia ‘madre’.

     

    Qualcuno potrebbe argomentare che il fattore più importante nel determinare il gusto di una birra, il lievito, si adatta ad un ambiente caratterizzando la birra. Molto tempo fa, quando Westvleteren aveva il proprio lievito, il birrificio St. Bernardus, dopo aver ottenuto una licenza per le birre “St. Sixtus” dall’abbazia di Westvleteren, ottenne anche il suo lievito. Pensate che quelli di St. Bernardus affermano che ancora oggi usano il discendente di quel lievito! Westvleteren invece, che ha messo fine alla terziarizzazione quindici anni fa, non ha ancora i laboratori per provvedere ad una coltura stabile del lievito, vedendosi così costretta a rivolgersi a Westmalle per ottenerne di fresco. Il lievito di Westmalle è poi usato anche da Achel, il più nuovo dei birrifici Trappisti (la produzione di birra nell’abbazia trappista di Limburg è infatti rimasta ferma dal 1917 al 1998!).

     

    Ma non è certo il lievito a svelarci cosa intendere per birra Trappista. Anzi, voglio osare e dire più di ciò che hanno scritto gli altri finora: ritengo che la risposta all’ormai fatidica domanda debba essere ricercata in quella regola cistercense generale secondo cui i monaci hanno il permesso di "creare solo bevande locali”. Sapendo che i primi monasteri Trappisti - nati come comunità più rigorose all’interno di quella cistercense - erano francesi, cosa immaginate potessero produrre da bere? No, non era il vino, bensì il sidro, la bevanda tipica della Normandia, la regione di cui erano originari. Può darsi stia forse un po’ esagendo con questa bella immagine, ma rivendico il mio diritto: un birrificio Trappista deve essere considerato nel suo contesto, sia spaziale che temporale.

     

    La birra era nutrimento liquido durante i giorni di digiuno, momenti piuttosto comuni nella vita del monastero. Quando i monaci producevano birra da vendere fuori dal birrificio la facevano più forte, in grado di piacere ai consumatori e di competere con quelle degli altri birrifici. Ma, in ogni caso, pur sempre una bevanda locale.

     

    Ora, prendiamo una birra particolare come la Orval. Anche considerando elementi di colore come il suo leggendario mastro birraio del passato - Pappenheimer il suo nome - questa birra è oggi senza dubbio meno esotica se paragonata ad altre quali la Picardian Saisons o la Bières de Garde. Una domanda che mi viene fatta spesso in questo caso è: quale altra birra assomiglia allora alla Orval? Di solito la risposta è "uno dei ‘cloni’ della Orval", o un’altra birra particolarmente amara. Questa volta dirò la Saison Dupont, l’ultima Saison tradizionale: la Orval è nata in effetti proprio come una Saison ante litteram.

     

    La Westvleteren 8, almeno ai nostri giorni, è dolce quando è giovane, diventando leggermente amara man mano che procede la sua maturazione. Ma un tempo la stessa 8, così come la 12, certamente la 6 ed anche la 4, prodotta per un consumo quotidiano, erano ale scure dalle sfumature gustative dolci-amare, al pari di tante loro parenti diffuse in quella remota zona occidentale della Fiandre. Van Eecke, ovviamente St. Bernardus, ma anche Desplenter i loro modelli (Vondel, Van den Bossche, Costenoble, etc…) brassavano ales forti, scure, dolci-amare.

     

    Westmalle sarà ricordato per l’eternità per aver “inventato” lo stile della bionda “tripel”. Per me questa birra è in realtà molto simile alla Duvel prodotta da Moortgat, che non è mai considerata una tripel.. ma è chiamata strong Belgian blonde ale… Come? Ma non è esattamente la stessa cosa di una Westmalle tripel?

     

    La Rochefort 8, la 10 e la Chimay tappo blu? Sono birre valloni fruttate, speziate, dal lievito ben presente, secche ed amare, in perfetta sintonia insomma con la loro regione di nascita, proposta diciamo in una versione più forte.
    Che La Trappe crei la varietà più ampia di birre – dalla bionda (nel passato “Enkel single”) alla Quadrupel – deriva non solo dal fatto che la ricerca di fondi
    per l’abbazia del Northern Brabantha sia piuttosto difficoltosa, ma anche da una questione di cultura birraria: il mercato olandese è infatti da sempre caratterizzato da una forte attenzione alle mode, da consumatori piuttosto volubili sotto questo punto di vista.

     


    Nel ventunesimo secolo tutto è diventato piuttosto ambiguo, reso ancor più confuso dai moderni mezzi di trasporto, dalla globalizzazione dell’offerta, dalle imitazioni, dalle sperimentazioni. Le ales trappiste sembrano diventate una semplice tipologia di birra fra le tante speciali esistenti, ormai prodotte dalla Groenlandia alla Nuova Zelanda. Il Belgio rimane un piccolo pallino su di un globo grande e interconnesso, ma se si pensa a queste birre dal punto di vista storico si scopre come abbiano saputo cucirsi addosso il loro habitat naturale. E ai miei occhi ciò le rende ancor più eccezionali, e al tempo stesso molto moderne.

     

    7 Commenti

    1. schigi Scrive:

      Leggere che la Duvel è esattamente la stessa cosa di una Westmalle Tripel,fa venire molti dubbi sulle capacità degustative dell’estensore dell’articolo.

    2. cimbro Scrive:

      A me sembra invece che tu non sappia leggere….ma tu sai sempre tutto….

    3. schigi Scrive:

      Ti virgoletto il pezzo che magari ti è sfuggito e lascia poco spazio ad incomprensioni
      ” Per me questa birra è in realtà molto simile alla Duvel prodotta da Moortgat, che non è mai considerata una tripel.. ma è chiamata strong Belgian blonde ale… Come? Ma non è esattamente la stessa cosa di una Westmalle tripel?”
      Sul fatto che io sappia sempre tutto , non posso che darti ragione.

      Ciao.Schigi.

    4. st.david Scrive:

      Mi fa piacere notare di non esser stato l’unico ad aver visto una grandissima str*@#¶ta in quella frase…

    5. beer Scrive:

      avete già assaggiato la nuova birra cascinazza?

    6. mario Scrive:

      salve sono mario dell’Historia birreria di Puglianello chiedevo autorizzazione per link dal mio sito

    7. Joris Pattyn Scrive:

      I have been told that a certain sentence, concerning Westmalle Tripel and Duvel, sollicited some comments. I cannot really read the Italian, but know that:

      Whatever, I’m not stating that they are the same beer. I claim that the two are made in the same mindset: a rather dry, well-attenuated strong blond beer, Duvel being more neutral from character.

    Lascia un commento

    Nome



    GUIDE

  • Euro Print
  • Birrificio Olmaia
  • BIRRA E SALAME A CIBUS


      5 MAGGIO 2008
    BIRRA E SALAME

    PARMA
    CIBUS
    Padiglione 5 stand G028
     

    Un connubio perfetto quello che si terrà presso lo stand de La Fattoria di Parma nell’ambito di Cibus (il salone dell’alimentazione che si svolgerà dal 5 all’8 a Parma), dove il Salame Felino e lo Strolghino di Culatello riserva Sant’Antonio incontreranno le birre artigianali italiane. Alcune tra le migliori etichette del panorama birrario nostrano saranno proposte come compagne ideali di Felino e Strolghino alla ricerca del perfetto abbinamento.

     

    L’appuntamento è realizzato da La Fattoria di Parma in collaborazione con Fermento Birra e La Pinta Medicea.

     

    Saranno presenti le birre del Birrificio Olmaia, Birrificio Cajun, Birrificio del Ducato, Birrificio Citabiunda, Birrificio Le Baladin.



    UNIONBIRRAI E CONSOBIR


    Pubblichiamo di seguito la lettera che Agostino Arioli, vicepresidente di Union Birrai per il ramo professionale, ha scritto in settimana agli associati.

     

    ———————————–

     


    Cari associati,
    come probabilmente saprete, a Rimini, in occasione di Pianeta Birra, Teo Musso ha presentato, insieme agli altri sette aderenti, il Consobir, Consorzio Birrai Italiani Riuniti. Trovo giusto esprimere pubblicamente la mia posizione in qualità di cofondatore di UB e Vicepresidente della stessa per il ramo professionale.

     

    Non ho amato il modo in cui questo consorzio è arrivato alla sua creazione e inizialmente sono rimasto piuttosto infastidito e ancor più amareggiato all’idea che dopo anni di sforzi per sostenere e far crescere la birra artigianale in Italia, qualcuno, con più mezzi e ahimè, forse con più determinazione, potesse prendere il posto dell’associazione. Naturalmente a tutto ciò si sommava la frustrazione nel constatare quanto poco faccia UB di quello che potrebbe e dovrebbe fare! Con più calma, e a freddo mi si è rivelata un’altra verità. Unionbirrai da tempo intendeva tentare la creazione di una società o di un consorzio che potesse svolgere attività (soprattutto commerciali) per legge precluse ad una associazione culturale. In qualsiasi settore produttivo maturo, dove pure esistono associazioni culturali o di categoria, esistono dei consorzi che aiutano le aziende aderenti a crescere, Bene, il consorzio è arrivato e ci sono alcuni buoni motivi che mi portano a pensare che in alcuni contesti, da definire in futuro con la massima precisione, potrà lavorare con UB, se non in poetico idillio, sicuramente con dei buoni risultati. In un futuro prossimo il consorzio si allargherà, magari ne nasceranno altri, che contribuiranno allo sviluppo della Birra Artigianale Italiana. La ragione principale è che UB non rappresenta solo i birrai professionali ma anche una vasta schiera di appassionati, consumatori e homebrewer che rappresentano la grande forza di questa associazione. Per loro, per voi, un consorzio non potrà mai essere rappresentativo come può e deve esserlo la nostra cara, vecchia Unionbirrai! Ecco perché l’associazione resterà sempre l’unica possibilità per rappresentare e sostenere la birra artigianale italiana al di sopra dei pur sacrosanti interessi commerciali di un gruppo, per quanto vasto, di microbirrifici.

     

    Mi appare quindi evidente che per Consobir, Unionbirrai sia il partner ideale per alcuni aspetti della sua attività e che per UB il poter contare sul Consorzio sia molto importante. Non mi aspetto un matrimonio d’amore, né una convivenza stretta e probabilmente ingombrante, ma mi aspetto da entrambi la lucidità di collaborare ogni qual volta sarà nell’interesse della “Birra Artigianale Italiana”. Teniamo inoltre presente che tra i fondatori di Consobir si annoverano un ex consigliere di UB ed un Consigliere ancora in carica, Michele Barro. Quest’ultimo ha chiarito definitivamente di essere entrato in Consobir nell’ottica che vi ho appena illustrato: quella della sinergia e non certo della competizione che per natura delle due entità sarebbe semplicemente assurda e soprattutto micidiale per entrambi.

     

    Il lavoro da fare è tanto e trovarsi a competere anziché distribuirselo secondo vocazione e natura di ognuno sarebbe un vero e proprio suicidio. Un argomento attorno al quale UB si è mossa recentemente con l’istituzione di un gruppo di lavoro già dall’ultima assemblea tenutasi a Bologna e che, è evidente, sta a cuore anche a Consobir, è il marchio di qualità ed il disciplinare di riferimento. Sarà questo il primo, importante, terreno di prova per la proficua collaborazione e infatti UB intende senz’altro coinvolgere nel gruppo di lavoro Consobir e altre significative realtà che lavorano con serietà a favore della Birra Artigianale Italiana.

     

    Sono nel complesso molto ottimista anche perché UB sembra finalmente in dirittura di arrivo per quanto riguarda l’assunzione di un direttore operativo che darà nuovo impulso e continuità all’azione di UB.

     

    Cari saluti birrari.
    Agostino Arioli


    CONSORZIO BIRRAI ITALIANI RIUNITI


    Riportiamo il comunicato di CONSOBIR, il primo consorzio di produttori artigianali italiani di birra.
    L’argomento sarà spunto per approfondimenti nel numero di marzo/aprile di Fermento Birra.

     

    Comunicato Stampa Consobir

     

    Rimini, Pianeta Birra 2008. È stato ufficialmente presentato alla stampa e agli operatori del settore, il primo consorzio di produttori artigianali italiani di birra, CONSOBIR.
    Ideatore e portavoce di questo nuovo progetto, Teo Musso, mente creativa del piemontese Le Baladin, che ha spiegato i punti cardine che caratterizzeranno il lavoro dei primi consorziati, uniti verso obiettivi comuni.

     

    Eccoli:
    necessità di dare concretezza a metodologie di produzione legate al territorio
    necessità di creare una linea guida sulla qualità della birra
    necessità di creare una difesa del consumatore
    necessità di diffondere l’immagine del prodotto italiano all’estero
    E’ stato sottolineato il concetto di “necessità”, perché il Consorzio vuole essere assumere il ruolo di guida per il mondo birrario artigianale italiano.

     

    I birrifici fondatori del Consorzio sono:
    Birrificio Baladin, Piozzo (CN)  www.birreria.com
    Birra del Borgo, Borgorose (RI)  www.birradelborgo.it
    Cittavecchia, Sgonico (TS)  www.cittavecchia.com
    La Petrognola, Piazza al Serchio (LU)  www.lapetrognola.com
    BEBA, Villar Perosa (TO) www.birrabeba.it
    Birrificio CitaBiunda, Neive, fraz. Bricco (CN)  www.birrificiocitabiunda.it
    Maltovivo, Capriglia Irpina (AV)  www.maltovivo.it
    Scarampola, Cairo Montenotte (SV) 

     

    I produttori sono tutti piccoli artigiani, non concentrati in un’unica zona, ma rappresentativi di più parti d’Italia, sono tutti di dimensioni differenti e tutti imbottigliano, condizione necessaria perché il prodotto possa essere più facilmente reperibile sul territorio.

     

    Il marchio nasce per fare comprendere meglio che cos’è il Consorzio.
    Ogni tratto del pentagono rappresenta una sorta di “capitolato”, di insieme di “paletti” che, sviluppati nel corso del 2008, identificheranno una qualità garantita “a priori”, grazie a un certo tipo di lavorazione….
    Nel dettaglio:
    ITALIANA:    il produttore deve essere italiano, le materie prime il più possibile italiane
    GENUINA: la birra non deve contenere additivi chimici
    CONTROLLATA: ci sarà un controllo sul prodotto con una frequenza importante e tale da garantire la qualità più alta possibile. Il concetto di qualità che porta avanti il Consorzio, non è da intendersi nel senso di gusto, bensì di parametri qualitativi
    ARTIGIANALE: sarà compito dell’evoluzione del “capitolato” di ammissione a questo Consorzio, definirne al meglio i parametri
    CRUDA: ovvero non pastorizzata, regola imprescindibile dal prodotto birra artigianale

     

    Al Consorzio potranno aderire, ma solo a partire dal 2009 (non prima, per consentire di mettere perfettamente a punto i meccanismi), i birrifici che intendano attenersi a un rigido disciplinare di produzione, disciplinare che verrà discusso insieme all’Associazione Unionbirrai, perché sia in linea con le sue idee (tra i Consorziati ci sono alcuni dei fondatori dell’Associazione Culturale Unionbirrai), e quindi con dei gruppi di lavoro esterni. Chi si occuperà per esempio del controllo di qualità esterno? A tal fine sono stati avviati dei contatti con diverse strutture scientifiche.

     

    Come Teo Musso ha più volte ribadito nel corso della presentazione, sarà condizione primaria che il prodotto birra artigianale a marchio Consobir sia sempre garantito da parametri di gusto prestabiliti.
    Con Unionbirrai, con cui Consobir non si pone in antitesi, trattandosi di un consorzio di produttori, diversamente dalla prima che rimane un’associazione culturale, l’obiettivo comune sarà portare avanti la cultura e il prodotto birra italiani, nel modo più stabile possibile.

     

    Un’ulteriore direzione intrapresa dal Consobir è quella di identificare il simbolo aromatico del prodotto birra artigianale italiana. Come? Attraverso il luppolo, che dà la predominanza nella birra “classica”, luppolo che vuole vincere la sfida di essere tutto italiano. Quando, ad esempio, si pensa a una birra inglese si pensa immediatamente al Golding, se parliamo di pils, allora c’è il Saaz, il Cascade ci rimanda agli Stati Uniti d’America. Ci sono, infatti, molte varietà di luppolo e ognuna dà la propria impronta di sapore, amaro e aroma, ma nel caso italiano non abbiamo una caratterizzazione dal gusto tipico. Il movimento della birra artigianale italiana si caratterizza per altri motivi, per esempio per l’utilizzo di altri ingredienti, e proprio questo ci ha fatto conoscere all’estero, ma adesso c’è bisogno di un fondamento più solido, le birre artigianali italiane devono costituire il tassello mancante, ovvero l’elemento più importante per avere una caratterizzazione.

     

    Con il contributo della Regione Piemonte si incomincerà quindi l’impianto di 2 ettari di luppolo, di due varietà diverse, poste a due altitudini differenti, per identificare, caratterizzare, insomma per dare un’impronta italiana vera al prodotto birra. È un progetto non facile, ma l’obiettivo è quello di arrivare a ottenere un luppolo che riesca a dare un carattere abbastanza personale alla birra artigianale del nostro Paese e con il quale ogni Consorziato possa produrre una birra che sia maggiormente identificabile come nazionale.

     

    Questo è un momento di grandi possibilità e quindi anche di grandi rischi, come ha dichiarato Agostino Arioli del Birrificio Italiano di Lurago Marinone (CO), intervenuto durante la presentazione del marchio di valorizzazione Consobir, l’interesse verso la birra è in crescita, ma il potenziale consumatore di birra artigianale è molto confuso.
    Come va conservata e servita questa birra? Spesso il consumatore può avere delle brutte esperienze, a causa di una cattiva informazione. Quindi, un altro punto cardine riguarda l’informazione, l’educazione al prodotto e la cultura, e il marchio presentato è per queste finalità, fondamentale in quanto portatore di contenuti. Per Arioli, questo marchio ha particolari possibilità di successo proprio perché portato avanti da Consobir, che, in unione con Unionbirrai, porterà alla nascita di una vera “birra italiana”.

     

    Valentina Brambilla
    Ufficio Stampa Mydea