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    Duvel Triple Hop


    Duvel Triple Hop



     

    Birrificio: Duvel

     

    Fermentazione: Alta
    Stile: IPA triple
    Colore: Biondo
    Gradi Alcolici: 9,5°
    Bicchiere: Tulipano

     

    DUVEL TRIPLE HOP


    Nuovissima produzione della Moortgat, in serie molto limitata (la prima commercializzazione è stata di sole 22.000 bottiglie) e dal prezzo sopra la media (12 €); una birra trendy, di quella fetta di produzione belga che strizza commercialmente l’occhio all’America (e non solo), che va pazza per le birre estremamente luppolate. Da premettere necessariamente il fatto che la bottiglia in degustazione (fatta arrivare di straforo da un espertissimo degustatore belga) non era in perfette condizione, un po’ sballottata dal viaggio, e anche la temperatura non era quella giusta. Ma per farsene un’idea generale, è stata sufficiente.
    Luppolo, luppolo, luppolo e ancora luppolo: Saaz, Amarillo e Styrian Goldings, adoperato quest’ultimo in dry hopped. Colore biondo paglierino un po’ “slavato”, molto tenue, schiuma bianca enorme, non vaporosa ma cremosa, molto persistente che ne occlude un po’ troppo l’aroma. Superfluo sottolineare che l’aroma è estremamente luppolato, un po’ rustico, quasi “polveroso”, e lascia spazio a pochissimo d’altro (lievito). Il corpo è robusto, non rotondo, ma consistente, vista anche la dosa massiccia di malto inclusa nella ricetta di fabbricazione. Molto alcolica: 9,5° non sono del resto una barzelletta (gli stessi della Urthel Hop it, mezzo grado in più rispetto alla Chouffe Houblon). Assieme all’alcool l’amaricante netto del luppolo, ma un amaricante un po’ troppo “solo”, monocorde, asciutto ma non appagante. Molto meno complessa della Houblon, meno ricca, equilibrata sì ma un po’ troppo “scolastica”, della serie:” volevate una birra amara, eccola!”, senza tanti voli di fantasia. Un  buon esercizio di stile; ma all’Orval le fa un baffo, se proprio si vogliono fare paragoni.


    IL BIRRIFICIO

     

    Brouweij Moortgat Nv.
    Breedonk (nord di Bruxelles)

     

    Nel 1871, Jan - Leonard Moortgat, figlio di una famiglia di birrai di Steenhuffel, fonda la birreria che porterà il suo nome insieme alla moglie Maria De Block. Dopo una vita commercialmente un po’ complicata nei primi anni, Leonard Moortgat riesce gradualmente a costruire una fedele base di clienti per la propria birra ad alta fermentazione, il che gli permette di consolidare e ampliare la propria attività. Negli anni a cavallo della Prima Guerra Mondiale, dopo un viaggio in Gran Bretagna, produce una birra sullo stile delle ales inglesi, che riscuote subito un gran favore di pubblico. E’ l’inizio della “storia” della Duvel, inizialmente chiamata “Victory ale”, per celebrare la fine della guerra. E’ dal 1923 che questa birra viene commercializzata con il nome col quale ancora oggi è universalmente riconosciuta: Duvel. E’ la birra alla base del business di questa brewery; è ampiamente commercializzata, grazie anche ad una buonissima strategia di marketing, e ancora oggi è il prodotto di punta. Alla Duvel, nel corso degli anni, si è affiancata tutta una serie di altri prodotti: le pils con il Marchio Bel, una birra che ormai fa parte della tradizione delle pils belghe molto luppolate; la Vedett, del 1945; la linea di birre d’abbazia della Maredsous, che la Moortgat produce dietro licenza dei monaci dell’abbazia stessa a partire dal 1963. Il crescente successo commerciale, anche internazionale, segna un’altra importante data con il 1989, quando con una joint venture 50-50% fra la Palm e la Duvel-Moortgat viene avviata l’esperienza produttiva della Steendonk, che da origine alla ancor oggi molto conosciuta beer blanche.
    Nel 2001 Duvel acquista nella repubblica ceka la brewery Barnard, importante segmento del mercato locale, e l’anno successivo si quota in borsa. Nel 2003 acquisisce negli USA la birreria Ommegang e rafforza la propria rete di distribuzione; nel 2006 acquista in Belgio la brasserie Achouffe, da vent’anni al top della produzione artigianale locale. Una brewery, la Moortgat, in grande espansione

     


    scheda di Alberto Laschi

     


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