Birra e Caffè, un matrimonio non solo dark

Attrazione sempre più fatale. E’ quella che calamita, reciprocamente, birra e caffè, un tandem abbastanza classico. Il che è ineccepibile, se si considera il ruolo del secondo in ricette brassicole a tinte scure, come attestato da etichette da tempo sul mercato quali la Coffee Porter della Meantime di Londra, la Coffee Stout di Sierra Nevada (Chico, California) o la Kujo Imperial Coffee Stout di Flying Dog.

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Il punto è che, ben oltre i confini del dark (evidenti le affinità elettive verso la tazzina, per continuità dei tratti organolettici), il connubio si sta spingendo a coinvolgere pinte di vario colore e di altrettanto varia matrice; dando vita a quella che, in questi mesi, si è affermata come una tra le mode di maggiore vivacità, tanto da attrarre inevitabilmente l’attenzione degli osservatori. Una moda la cui incubazione ha, aspetto assai frequente, richiesto tempi non immediati; e avuto uno sviluppo inizialmente lento, per poi accelerare piuttosto rapidamente. Tra i primi esempi di applicazione del caffè a tipologie non necessariamente black, ha fatto in un cero senso scuola la Coffee Bender, spin-off della Bender propriamente detta, entrambe firmate dalla Surly (Minneapolis, Minnesota), fin dall’apertura dell’attività, nel 2007. E da lì in poi, esperimento isolato dopo esperimento isolato (ma via via sempre meno), la passione per i profumati chicchi ha gradualmente contagiato birre di volta in volta più chiare; e di volta in volta meno congenitamente indirizzate verso la moka.

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Così, sempre negli Stati Uniti, qualche tempo dopo la sua fondazione, nel 2011, la Carton di Atlantic Highlands (New Jersey), ha messo in commercio la Regular Coffee, la cui ossatura è quella di una Imperial Cream Ale (ben 12 i gradi). Mentre nel 2013 l’incessantemente operosa fucina di Stone (Escondido, California), lanciava – in collaborazione con due marchi dell’Illinois, Aleman (Chicago) e Two Brothers (Warrenville) – la DayMan Coffee Ipa. E nel 2016, al Villaggio della Birra, si è avuto modo di assaggiare, dalla Spagna, la Guatemala Antigua, una Coffee Blond Ale elaborata in Catalogna da La Font del Diable  a quattro mani con i conterranei di Vic Brewery.

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Risultati? Tali da generare una discussione piuttosto vivace, tra consumatori e critici, man mano che ci si allontana – nel bicchiere – dal binario organolettico vocato delle torrefazioni. Eppure, pur in questo contesto di entusiasmi non omogenei, il cammino delle Coffe Beers prosegue, avendo intento fissato alcuni punti di un know how procedurale che a questo punto sono da considerare assodati. Su tutti la consapevolezza che, per avere le migliori probabilità di ottenere un amalgama sensoriale, il caffè è da aggiungersi, in ricetta, in forma di infuso liquido per estrazione a freddo (il cosiddetto cold toddy), al fine di evitare (rischio palese con l’operazione a caldo) il rilascio di componenti acide e astringenti in proporzione sgradevolmente avvertibile, oltre che la perdita di quote del patrimonio aromatico. L’ammollo (di semi interi o macinati, in questo caso in apposite buste) dura in genere da 24 a 48 ore; poi il prezioso liquido viene unito al mash, in bollitura o direttamente alla birra finita. Le possibilità di una simile direttrice di marcia? Tutte da scoprire: quello col caffè, all’alba del 2017, si presenta come un gioco senza frontiere