BB10 del birrificio Barley: degustazione di annate differenti

Qualche mese fa, per festeggiare i 10 anni dalla prima IGA italiana, la BB10 del birrificio Barley, prodotta con aggiunta di mosto cotto di Cannonau, in redazione abbiamo pensato di festeggiare degnamente l’appuntamento realizzando un’inconsueta (perlomeno nel nostro mondo) verticale che abbiamo pubblicato sul numero 29 di Fermento Birra Magazine. Ripubblichiamo le note di degustazione delle annate che ci hanno più colpito.

BB10 2015
Versione “tardoadolescente” di una sola personalità sensoriale, che si presenta come una bella diciottenne, già matura e, insieme, tesa a promettere ancora di più, non appena avrà raggiunto compiutamente la propria condizione adulta. Il suo colore, florido di gioventù, è un bruno concentratissimo, per niente intaccato dalle ossidazioni, dunque prossimo al nero e guarnito da una copiosa schiuma dalle tonalità nocciola. Rapido nel dichiararsi e nel distendersi alla conquista dello spazio circostante, lo spettro aromatico cala per prime le carte del torrefatto (caffè e orzo), in una paffuta declinazione lattea, che evoca la panna cotta, con topping ovviamente allineato alle percezioni “dark”; poi escono le nasalità di seconda ondata, tra le quali liquore alle noci, al cacao, nonché caramello scuro e frutta secca. La bocca, infine, conferma le impressioni di una Imperial Stout dal corpo tornito, dolceamaricante di tostature e diretta a un retronasale vagheggiante le fattezze del Cannonau, vino protagonista della ricetta in forma di sapa (mosto cotto).

BB10 2014
L’immagine della ragazza “classe 2015” divenuta pienamente donna. L’aspetto rimane invariato, cambia invece il temperamento olfattivo che qui si pronuncia al massimo del proprio potenziale, dando luogo ad una corrente odorosa che procede per espansioni successive, sorprendendo per complessità e molteplicità delle direzioni esplorate. In cattedra ancora le note torrefatte che si manifestano non solo nelle declinazioni del caffè e dell’orzo, ma anche in quelle del cacao. L’arco aromatico tocca anche le curvature della liquirizia e della carruba, per poi abbracciare la frutta disidratata (prugna) e secca (mandorle in primis, in versione avvolta da glassa bruciata) e concludere con le vibrazioni dei liquori (alle noci e al mirto, con cui si dichiara, di nuovo, la presenza dell’uva coprotagonista della ricetta). Il sorso, carnoso e ricco di suggestioni richiamanti una volta ancora la panna cotta “in salsa dark”, procede coerente al dettato nasale, regalando prime sensazioni di amaretto.

BB10 2011
Smalto per niente scalfito dai cinque anni di vita, la birra scende in mescita ostentando piena baldanza visiva e gustolfattiva. Il look è perfettamente aderente ai canoni della propria specificità tipologica: abito bruno scuro, sostanzialmente nero, con attorno un ampio e morbido colletto nocciola. Il ventaglio dei profumi, nell’enfatizzare i toni caldi della torrefazioni (includente, è chiaro, il caffè e l’orzo), incorona soprattutto il cacao, dilatandosi in una cremosità in cui trovano spazio pure la liquirizia, la frutta disidratata (prugna, un accenno di fichi), l’immancabile liquore alle noci. Non fai in tempo ad annotare i successivi odorosi del croccante paesano e dell’amaretto, che già ti scopri a sorseggiare, trovando conferma di quelle ulteriori sfumature nella fase retronasale, la cui lunga persistenza rivela incline a colorarsi, peraltro, anche delle nuances erboristiche di un succoso rabarbaro.

BB10 2010
Trascorsi sei anni dalla propria entrata in pista, il millesimo 2010 mantiene tutto sommato saldo l’ancoraggio con la fisionomia distintiva dello stile di riferimento. Il colore, ad esempio, s’aggrappa energicamente al nero e solo nell’unghia concede derive di un bruno più rosseggiante o, meglio, più ammiccante al castano; mentre la schiuma conserva un orientamento al nocciola e al cappuccino. Parallelamente, il naso mantiene la coesione di una piattaforma improntata anzitutto alle tostature più scure (la triade caffè, orzo e cacao), con il liquore alle noci in stretto contatto, sebbene sulla scena si affaccino venature agée che rimandano a una dosata salsa di soia. Chiude il cerchio una struttura gustativa che, partendo da fondamentali tattili dalla tenuta complessivamente solida (carbonazione compresa), recita senza esitazione la sequenza dei linguaggi che ti aspetti: l’abboccatura, la torrefazione, il recupero di inflessioni zuccherine nella fattispecie del caramello “bruciato”, con appendici di croccante alle mandorle e di amaretto.

BB10 2009
Nel contesto di questa sequenza di assaggi è il “millesimo” che segna la transizione della birra verso la propria età più avanzata: che inizia, in altre parole, a segnare il distacco dall’impronta nativa, quella della tipologia Imperia Stout. Il colore è ancora un bruno assai scuro, ma all’interno della sua trama – sotto una schiuma evocante il cappuccino, di grande seduzione, ma di tenuta non cementizia – iniziano a disegnarsi bagliori color rubino. L’aroma, a metà tra una passerella di freschezze ancora vive e le ossidazioni che invece troveremo nei passi successivi, intona le musiche della frutta a bacca rossa e nera sotto spirito: ribes e ciliegia su tutto il resto. Poi qualche scontrosità caratteriale (peccati veniali, peraltro) nei termini di un etilico un po’ puntuto e di qualche refolo di solvente (a ricordare certi Rhum “scorbutici”), elementi del resto compensati da un buon colpo d’ala mentolato nel finale. Il corpo è snello e vibra di una scossa acidula, essa stessa rinfrescante, a centro bocca; la frizzantezza è contenuta, ma non sfilacciata.

BB10 2008
In che termini si sviluppa l’azione del tempo su una birra? Facendo di essa qualcosa di diverso da ciò che era in origine, ma – se ne sussistono le premesse – non di meno interessante o piacevole. Nel nostro caso, il viaggio della BB 10 tende ad allontanarla dal genoma Stout, accompagnandola invece verso una maturità che occhieggia al Barley Wine. Le tinte, per dire, nell’edizione 2008 si sono già ammorbidite sulle latitudini di un bruno schiarito da accensioni rubine, mentre la schiuma stavolta color sughero, tende non a sparire, tutt’altro, ma a rarefarsi più docilmente. I lineamenti olfattivi? Resiste la dorsale torrefatta (caffè e cacao), che deve però vedersela con una dominante liquoroso-ossidativa che pone in evidenza liquirizia, prugne e fichi, noci e, meno in luce, il tandem mandorla-amaretto. La corporatura? Regge, pur a fronte di qualche assottigliamento e di una effervescenza ormai lieve; garantendo all’assaggio varietà di percezioni (abboccate, torrefatte, erbacee, queste ultime forse un pelo sgomitanti). Lungo il retronasale, con colpi d’ala mentolati.

BB2007
Sorta di “crisalide” (nell’allegoria della metamorfosi che percorre il nostro racconto di questa verticale), l’annata 2007 lascia intravedere, in un’intelaiatura che pure ricorda da vicino quella della 2008, gli esiti verso i quali ci si muoverà con la 2006. All’apertura della bottiglia, l’esordio è meno sicuro di sé, rispetto alla maggior parte dei precedenti: torna quello scherzetto di solvente in cui ci si era imbattuti già con la 2009, ad esempio; per poi sparire nel giro di pochi minuti. Da lì in poi il percorso, sulle correnti ascensionali dell’ossigenazione, è in elevazione: marasca sotto spirito e liquore alle visciole (con più di un invito alla liquirizia e alla carruba), il leit motiv di mandorla e amaretto, una maliziosa corrente pepata. Al palato, colpisce la tenuta sia della carbonazione che della struttura generale: l’effervescenza è fine ma non fiacca, la fibra del sorso sottile ma tutt’altro che emaciata; esplode anzi uno warming alcolico che dà un’impressione iniziale di muscolarità e che rivela la sua silhouette atletica solo grazie a una trasversale corrente acidula. Elementi di calda freschezza (passateci l’ossimoro), destinati a intrecciarsi in un finale tra il nocino e primi accenni di Sherry.

BB10 2006
Cronaca di una mutazione cromosomica. Forzando un poco i termini dell’allegoria: dove c’era una Imperial Stout (sebbene “sui generis”) c’è ora uno Sherry. O meglio: quasi. Perché il Dna birrario non si è spento: palpito che pulsa sotto la cenere, difende la propria identità e reclama di essere riconosciuto come tale. Certo, ciò che ci si appresta a sorseggiare ha il calore cromatico di un bruno castano. Certo, la schiuma è un ricordo testimoniato da una sottile corona di bollicine lungo il punto di contatto tra la superficie liquida e la parete interna del bicchiere. Certo, il naso è in toto orientato verso rotte ossidativo liquorose: marasca e prugna (i fichi in retrovia), caffè e cioccolato, noci e liquirizia, un robusto amaretto e un altrettanto perentorio infuso d’erbe. Eppure, a vigilare sulla bandiera brassicola, ecco la salsa di soia, ecco il sussulto olivaceo. Ugualmente la bocca, ormai filiforme, vive questa sua longilineità estremizzata con tenace eleganza: dopo una partenza abboccata (intatta la dorsale degli zuccheri non fermentabili), trova una scossa acidula e alcolica a centro corsa; e si erge in un finale in cui il “bittersweet” non è solo erboristico, ma reca ancora la traccia amaricante. Sorprendente.